mercoledì 30 ottobre 2024

Masiello detta la linea del nuovo esercito per essere pronti al conflitto


Il generale Carmine Masiello, da qualche mese nuovo capo di Stato Maggiore dell'Esercito, sembra avere le idee chiare per portare a compimento una rivoluzione nel mondo della difesa italiana, con una visione inedita del ruolo delle forze armate e della prospettiva nella quale l'Italia dovrà confrontarsi nei prossimi anni. In una recente conferenza pubblica, incentrata sull'attualità dei conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente, il generale ha esposto una serie di sue convinzioni, a partire dalla necessità di dover preparare le forze armate italiane all'eventualità di una guerra, una esigenza che, ha chiarito l'alto ufficiale, non significa automaticamente volere lo scoppio di una guerra ma piuttosto, specialmente nel contesto di una realtà dei fatti internazionali che è mutata e spinge in una situazione di accesa conflittualità, può aumentare le probabilità di riuscire a mantenere la pace. 

Si tratta di un eterno ritorno dell'antico motto latino Si vis pacem para bellum, declinato con l'esperienza della guerra fredda, mantenuta tale per cinquant'anni da una logica di deterrenza reciproca, nella quale il continuo stato di preparazione degli eserciti in campo, e la conoscenza della relativa forza, scongiurò l'eventualità che il conflitto si trasformasse in una guerra diretta. Secondo Masiello, dopo la fine della guerra fredda si è radicata la convinzione che le necessità di una guerra non fossero più attuali e che si potessero utilizzare in modo diverso le relative risorse: "Da trent'anni, dopo la caduta del Muro, si pensava che le risorse di bilancio potessero essere risparmiate, che la pace fosse indiscutibile e abbiamo tutti dimenticato la guerra. Per trent'anni le forze armate sono state orientate alle operazioni di rafforzamento della pace, ora invece, di fronte ai mutamenti della nuova realtà internazionale, bisogna fare una operazione di riorientamento dello strumento militare, dalla pace alla guerra, è questa, innanzitutto, una operazione culturale, poiché bisogna raccontare alla popolazione una situazione diversa da quella che sono abituati a sentirsi dire. E' una operazione necessaria, affinché il paese sia preparato, non solo lo strumento militare".

Lo scenario nel quale si andranno a muovere nei prossimi anni le forze armate italiane, così come tratteggiato da Masiello, appare quanto mai complesso e caratterizzato da una pluralità di focolai di crisi, con l'America impegnata sempre di più nel confronto ad oriente con la Cina. Il Mediterraneo è destinato a divenire un mare sempre più agitato, fonte di preoccupazioni per i paesi europei e lontano dalle priorità degli Stati Uniti, che hanno deciso di abbandonare l'Europa e la fascia mediterranea, in una strategia di lungo periodo già iniziata durante la presidenza Obama e portata avanti negli ultimi anni, indipendentemente dall'inquilino della Casa Bianca. Per Masiello "il ritorno forte della NATO in Europa ed il rinnovato impegno americano per il sostegno all'Ucraina sarà solo un fattore temporaneo, che si esaurirà con la fine della guerra".   

Militari italiani in addestramento antidrone in Bulgaria

Nell'analisi della situazione sul campo di battaglia nel conflitto russo-ucraino emerge la sua natura di guerra ibrida, con una inedita componente ipertecnologica accanto alle forme di combattimento tradizionali, una guerra nella quale si sono riscoperte le trincee, dimenticate dalla Prima Guerra Mondiale, ed è ritornato decisivo il ruolo del carro armato, non più considerato in tempi sviluppo missilistico, queste note tattiche, ammodernate, si devono confrontare con la comparsa decisiva della cibernetica e l'utilizzo massiccio dei droni ed armamenti senza pilota. "Oggi i nostri soldati si addestrano di nuovo nelle trincee - ha detto Masiello - e devono essere preparati a guardare in aria per difendersi dai droni, un cambio radicale, poiché per anni, nell'approntamento alle operazioni di peace-keeping erano stati addestrati a guardare per terra, dal momento che il pericolo maggiore erano gli IED, gli ordigni esplosivi improvvisati". Il capo di stato maggiore si dice convinto che il punto di svolta della crisi ucraina arriverà solo con l'elezione del prossimo presidente americano, indipendentemente dal nome, dal momento che soltanto un presidente forte, legittimato dal voto e con una prospettiva di mandato lunga, sarà in grado di ricondurre la Russia alla trattativa, eventualmente anche con il coinvolgimento diplomatico cinese.

Sul medio oriente che continua a ribollire e sulle prospettive di stabilizzare l'area il generale Masiello si dichiara pessimista sulle reali possibilità di pace, anche in considerazione degli oltre sessant'anni di conflittualità con i lutti insanabili che hanno lasciato come strascico, ma anche assai critico sull'operato occidentale: "La missione ONU in Libano ha fallito, poiché nella fascia a sud del paese, che avrebbe dovuto essere completamente smilitarizzata, Hezbollah ha continuato ad ammassare armi e a rafforzarsi. Attualmente nessuno dei contendenti vuole davvero un'invasione di terra, che sarebbe distruttiva per Hezbollah e sanguinosa per gli israeliani, una Gaza moltiplicata. Oltretutto questa guerra vede un coinvolgimento elevatissimo dei civili, e ha già fornito un esempio eccezionale di interazione tra tecnologia e intelligence, con un peso determinante del fattore umano". "Anche gli accordi di Abramo - conclude il generale- non sono stati risolutivi, laddove si è voluto anteporre l'aspetto economico e degli scambi commerciali nei rapporti tra gli stati, pensando che questo sarebbe bastato. Ma il mondo non si muove solo con l'economia, gli uomini sono mossi anche da altro, ecco perché è importante il fattore umano,  sbagliava chi pensava che gli accordi economici avrebbero fatto dimenticare le sofferenze dei palestinesi". 

Caschi blu italiani in Libano

Il progetto per traghettare l'esercito verso il futuro è ambizioso e passa anche attraverso una rivoluzione culturale, l'idea di Masiello è che l'esercito sia fatto per prepararsi alla guerra e che questa parola, considerata tabù fino a pochi anni fa, oggi debba essere adoperata nel modo giusto e debba entrare nella concezione comune. Una rivoluzione che debba far recuperare alla nostra principale forza armata il ritardo accumulato negli anni, aggiornando i suoi criteri d'impiego e colmando il distacco tecnologico, in particolare nel settore armamenti, con l'Aeronautica e la Marina, e che si basa su tre pilastri: addestramento, tecnologia e valori. Nei conflitti di domani, secondo la visione del Capo di Stato Maggiore, vincerà chi è più tecnologico e chi sa crescere a "pane e addestramento", non lasciando, al contempo, che siano messe in discussione le regole e i fondamenti del nostro modo di vivere. Un nuovo esercito che si propone di essere con meno burocrazia e alimentato da nuovi contributi di idee, in grado di essere aperto a queste idee, di prenderle, sperimentarle e farle proprie.