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sabato 14 dicembre 2024

L'eroismo del generale De Carolis


Il 12 dicembre 1941 chiudeva la sua lunga ed eroica carriera militare il generale Ugo De Carolis, ufficiale proveniente dall'arma di cavalleria che fu una delle figure più luminose della campagna italiana in Russia.

Nato a Capua nel 1887 da una antica famiglia aristocratica, fu avviato alle armi quale giovane allievo dell'accademia militare di Modena, dalla quale uscì nel 1908 col grado di sottotenente di Cavalleria, prendendo parte poco dopo alla guerra italo-turca in forza al Reggimento Cavalleggeri Lodi. Si distinse nei combattimenti tra le sabbie libiche a Zuetina, ove fu ferito, e successivamente, transitato nei Cavalleggeri di Piacenza, nella battaglia di Gabr Abdalla, ove meritò la prima decorazione al Valor Militare: una medaglia di bronzo per il fatto d'arme del 16 luglio 1915. Allo scoppio della Grande Guerra era comandante di una batteria bombarde del 30° Reggimento Artiglieria, in seguito prese parte ai combattimenti sul monte San Michele, sul Veliki Kribac e a Dosso Faiti, sul fronte del Carso. Al termine del conflitto il suo petto risulterà fregiato di una Croce di Guerra al Valor Militare, una Medaglia di Bronzo ed una Medaglia d'Argento.

Nel periodo interbellico tornò alla Cavalleria, assegnato presso i comandi dei Cavalleggeri di Firenze e del Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, per poi essere incaricato del comando del Reggimento Cavalleggeri Guide dal 1935, ottenendo la promozione a colonnello nel 1936. Negli stessi anni fu anche giudice La grande esperienza maturata in battaglia in numerosi reparti gli valse l'incarico di comandante della Scuola Centrale Truppe Celeri nel 1939, in un periodo di grandi trasformazioni della componente motorizzata e corazzata del Regio Esercito e del generale ripensamento del ruolo della cavalleria montata. Nel 1940 fu promosso Generale di Brigata e resse il Comando Difesa Territoriale di Napoli, ma nell'estate del 1941 fu assegnato alla Divisione Torino in partenza per la Russia, in qualità di comandante della fanteria. La divisione fu in forza allo CSIR nell'avanzata verso oriente, proseguendo lungo il corso del Dnper nell'occupazione dei centri di Dnipropetrovs'k e Ubescis'ce, prese poi parte alla grande manovra di Petrikowka, la prima battaglia importante che vide impegnate le truppe italiane in Russia, attestandosi poi sul fiume Krynka.

Nel successivo mese di dicembre la divisione fu duramente impegnata in territorio ucraino nei dintorni di Chazepetowka, cittadina che verrà difesa dagli italiani ed investita, sin dal 6 dicembre da un violento contrattacco russo. Proprio in questa battaglia il generale De Carolis trovò la morte, abituato ad essere sempre in prima linea tra i propri uomini, il 12 dicembre 1941 mentre era in primissima linea fu colpito mortalmente nel corso di un furioso combattimento, lasciando la vita sul campo.

Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare con questa motivazione:

"Nobile ed eroica figura di soldato e di comandante, durante cinque mesi di guerra era di costante e luminoso esempio per ardimento e sprezzo del pericolo. Comandante della fanteria di una divisione, durante un’accanita battaglia, durata sette giorni, visse tutte le ore fra i suoi soldati. Alla settima giornata della strenua lotta, mentre, come sempre, in prima linea coi fanti li animava con l’esempio e con l’azione, una raffica di mitragliatrice ne troncava la vita. Suggellava col supremo sacrificio sul campo la sua nobile esistenza tutta dedicata al dovere ed all’ideale della Patria"

Fronte russo, luglio – dicembre 1941


 

giovedì 11 aprile 2024

1941, vittoria a El Mechili

L'8 aprile 1941 i bersaglieri dell'8° Reggimento scrissero una delle pagine più valorose della storia italiana della Seconda Guerra Mondiale, celebrando degnamente l'anniversario della prima battaglia di Goito dell'8 aprile 1848, che fu il battesimo del fuoco per il corpo dei Bersaglieri.

Nel marzo 1941 era iniziata la fase della controffensiva italotedesca in Africa settentrionale, dopo le pesantissime perdite patite durante l'offensiva britannica tra il dicembre '40 e il gennaio '41 nel corso della operazione Compass che aveva distrutto la  10ª Armata italiana, i primi rinforzi corazzati tedeschi e il dinamico comandante Rommel avevano già impresso un diverso passo agli eventi della guerra con la riconquista di El Agheila e Bengasi, avviando una serie di intense battaglie per il controllo della Cirenaica. Dai primi mesi del 1941 era sbarcata in Libia anche la Divisione corazzata "Ariete", che aveva in organico, oltre al 32° Reggimento carri, anche l'8° Bersaglieri su tre battaglioni, di cui uno motociclisti. Il reparto era comandato dal colonnello Ugo Montemurro, un veterano della Grande Guerra nella quale era stato preso prigioniero dello stesso Rommel riuscendo, però, a fuggire rocambolescamente ed a rientrare nelle linee italiane. L'8° era stato precedentemente schierato sul fronte alpino durante la campagna di Francia per poi giungere in Libia il 24 gennaio 1941, insieme al grosso della "Ariete".

Montemurro riceve la Croce di Ferro da Rommel

Nella prima fase dell'azione di Rommel su Bengasi il reggimento era stato impiegato come riserva d'armata senza partecipare direttamente agli scontri, ma il comandante tedesco, consapevole delle grandi qualità del colonnello italiano, aveva voluto che Montemurro formasse una colonna mobile alle dirette dipendenze del comandante dell'Afrika Korps. L'8° Bersaglieri era avanzato verso est facendo tappa a Homs, Misurata e Sirte e l'8 aprile '41 ebbe il suo battesimo del fuoco in terra africana ad El Mechili. Si trattava di un piccolo centro a sud di Derna, che costituiva il principale snodo carovaniero della Cirenaica, gli italiani vi avevano realizzato due campi d'aviazione ed avevano ampliato l'antico forte turco, avevano anche realizzato un ampio campo trincerato di quattro chilometri attorno al perimetro del villaggio, dotato di numerose ridotte per mitragliatrici e postazioni anticarro, su queste fortificazioni ai primi di gennaio la 10ª Armata aveva provato a resistere prima di essere costretta a ripiegare. Gli inglesi si erano rapidamente attestati sul perimetro difensivo ed avevano utilizzato le strutture interne come base logistica, schierando a protezione dell'area la 3ª Brigata motorizzata indiana del generale Vaughan. Già nella giornata del 6 aprile l'avanguardia italiana, formata dalla colonna leggera del tenente colonnello Fabris, forte di un battaglione motociclisti, una compagnia anticarro, reparti di artiglieria e mitraglieri, aveva ingaggiato il primo contatto con elementi inglesi, mentre nel pomeriggio del 7 aprile la colonna "Montemurro" era giunta sul posto per completare la manovra di accerchiamento, si trattava di 350 uomini che comprendevano una compagnia Comando, un battaglione Bersaglieri autoportato, una compagnia controcarro e una batteria campale tratta dal 132° Artiglieria, oltre ad una sezione mitragliatrici. All'alba dell'8 aprile lo schieramento italo-tedesco cominciò ad aumentare la propria pressione sul campo trincerato di El Mechili con attacchi sui fianchi di elementi corazzati della 5ª Leichte Division tedesca e del Distaccamento "Santamaria", forte di due plotoni di fanteria e una quindicina di carri leggeri, con l'obbiettivo di tagliare le piste che convergevano verso il centro carovaniero. L'attacco frontale fu invece portato dai bersaglieri delle colonne "Montemurro" e "Fabris" e si protrasse dal tardo pomeriggio a tutta la notte del 7 aprile, i britannici, circondati nel perimetro, provarono a sganciarsi a più riprese ed a ricongiungersi con le forze australiane che ripiegavano verso El Adem, ma solo pochi reparti isolati riuscirono ad uscire dall'accerchiamento, mentre il grosso dei britannici, cui nei giorni precedenti si era unito anche il generale Michael Gambier Parry con i resti della 2ª Divisione corazzata in rotta da Bengasi, rifiutava le ripetute offerte di resa di Rommel. Nel corso della giornata gli italiani erano passati all'attacco diretto del del perimetro fortificato, gli inglesi tentarono un alleggerimento con una manovra aggirante di due reggimenti motorizzati della brigata indiana che attaccò a tergo le posizioni dei bersaglieri del tenente colonnello Fabris, ma l'intervento della colonna "Montemurro" risultò decisivo per le sorti dello scontro: due formazioni di mitraglieri motociclisti attaccarono in rapidità uno dei fianchi della formazione indiana, mentre i cannoni delle batterie italiane da 75/27, rustica e antiquata ma ancora valida bocca da fuoco, martellavano il fianco opposto costringendo gli anglo-indiani a ripiegare. 

Il balzo finale fu compiuto dal grosso delle fanterie italiane, costituite dal XII Battaglione Bersaglieri, che attaccarono con impeto i difensori e dilagarono all'interno dell'area fortificata di El Mechili completando in poche ore la conquista della base e la cattura dell'intera guarnigione.Imponenti furono le conseguenze dell'azione, il comandante inglese Gambier Parry si arrese personalmente al colonnello Montemurro con il suo intero stato maggiore e venne fatto prigioniero anche il generale Vaughan, oltre a due colonnelli, di quel che rimaneva della brigata indiana e della 2ª Divisione corazzata furono presi prigionieri 1800 uomini e vennero catturati oltre 400 automezzi ancora efficienti e parte dei depositi logistici. Il successo aprì la strada alla rapida riconquista di Ain en Gazala ed alla successiva avanzata su Derna e El Adem. Per la brillante azione di El Mechili il colonnello Ugo Montemurro fu decorato sul campo da Rommel della Croce di Ferro tedesca di prima classe con una lusinghiera motivazione, e successivamente anche della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, per l'intera campagna di Libia la bandiera dell'8° Bersaglieri fu decorata della Medaglia d'Oro al Valor Militare con questa motivazione:

"Strumento di guerra, nel quale agilità e potenza sono contemperate e fuse, animi e corpi protesi in ferreo blocco al sacrificio ed alla gloria, in circa due anni di guerra sanguinosa in territorio desertico ha dato prove fulgidissime di eroico valore. In continuo contatto con il nemico più forte ed implacabile ha opposto alla maggiore forza il coraggio, all’implacabilità la fermezza stoica e ne ha avuto, in ogni confronto, schiacciante ragione. Mai arrestato dal piombo avversario nelle sue marce vittoriose ha sempre saputo, opponendo le sue armi ed i suoi petti, stroncare inesorabilmente le iniziative del nemico. Il sangue generoso dei suoi Ufficiali, Sottufficiali, Bersaglieri, continuatori eroici di una tradizione che non ha macchia, ha irrorato e fecondato le sabbie del deserto: El Mechili, Tobruk, Passo Halfaja, Sollum, Capuzzo, Bir El Gobi, Dakar El Aslagh, nomi legati alle glorie della Patria, sono le tappe gloriose del reggimento, due volte sacrificatosi nell’estremo olocausto, due volte risorto nel nome dei suoi eroici figli caduti. Lo stesso nemico, ha espresso la stupita ammirazione per i fanti piumati del reggimento, espressione purissima delle virtù guerriere dell’italica stirpe."  – Africa Settentrionale, aprile 1941-settembre 1942. 

Il campo di El Mechili dopo la battaglia

Nel corso della drammatica ed eroica campagna in nord Africa il sacrificio ed il valore dei Bersaglieri furono una costante che si impose all'ammirazione di alleati e nemici.

 

sabato 5 novembre 2022

La difesa di Procida durante la Seconda Guerra Mondiale


Durante la seconda guerra mondiale, la rilevanza strategica della città di Napoli e del suo porto palesarono alle autorità militari l'urgenza della difesa delle coste settentrionali della Campania dalle azioni navali, delle offese aree e dalla minaccia di uno sbarco anfibio sul litorale caratterizzato da un ampio retroterra pianeggiante, privo di ostacoli naturali che ne facilitassero la difesa, come invece si presentava il territorio a sud ed intorno al porto di Salerno.  Le fortificazioni furono approntate in gran fretta e soltanto dopo l'inizio delle ostilità, coprendo non soltanto l'area metropolitana e quella dei litorali domitio e flegreo ma inglobando anche le isole del golfo di Napoli, poste a sentinella della terraferma e del passaggio obbligato nelle acque campane.

L'isola di Procida fu parte integrante del complesso difensivo, anche in virtù della sua posizione esattamente al centro dello stretto braccio di mare tra il promontorio di Capo Miseno e l'isola di Ischia, in grado di sbarrare il passaggio via mare e di dare supporto alla difesa della terraferma. All'inizio della guerra l'intero apparato difensivo era gestito dal Comando Difesa Territoriale di Napoli, alle cui dipendenze era il settore Difesa Porto di Napoli, retto dal 1941 dal Generale Ettore Marino, che nel maggio 1943 fu completamente riorganizzato venendo inglobato nel XIX Corpo d'Armata, incaricato della difesa costiera di tutta la Campania, il cui ultimo comandante fu il Generale Riccardo Pentimalli. Sin dal 1940 Procida fu dichiarata zona di guerra, vi fu installato un Posto di Avvistamento Lontano della MIL.M.ART. e vi fu dislocata una compagnia di fanteria tratta dal 117° Reggimento costiero, accasermata all'interno della scuola Scialoja nella centrale via Vittorio Emanuele. 


Cannone francese da 155 mm in configurazione originaria

Dall'estate 1942 fu potenziata la dotazione di artiglierie dell'isola con l'utilizzo di quattro cannoni pesanti antinave di preda bellica francese. Si trattava del cannone 155 mm L Mle 1917 GPF, pezzo di artiglieria da posizione costruito nel 1917 e già impiegato in Francia su installazione costiera, di cui il Regio Esercito ottenne circa 35 esemplari, impiegati con la denominazione 155/36 o, talvolta, anche 148/15. Furono installati sulla sommità della collina del Cottimo, realizzando anche imponenti lavori di adeguamento: fu espropriato il terreno agricolo ed il palazzo padronale che vi si trovava, espiantando viti ed olivi e realizzando un ampio sterrato sul quale furono costruite le quattro postazioni ottagonali in strati di cemento e graniglia di ciottoli marini, per sezioni sovrapposte, per l'alloggiamento dei cannoni, della lunghezza di circa 5 metri per ogni lato e sporgente per circa un metro fuori terra. Al centro della struttura un sistema di perni ed affusti in acciaio consentiva il brandeggio a 360° gradi, nella parte inferiore era realizzato un locale cavo sotterraneo ed una delle postazioni era dotata di riservetta di proiettili laterale, sempre in cemento e graniglia. I pezzi erano disposti a corona della collina, sulla quale era stato realizzato anche un sistema di fotoelettriche da illuminazione, mentre attorno vi erano attendati i serventi. Dal 1943 la postazione fu denominata 286a Batteria costiera e servita da personale mobilitato dal deposito del 10° Reggimento artiglieria di Caserta, in buona parte richiamati ultratrentenni. Per raggiungere il sito fu realizzata una apposita strada camionabile che consentisse un più agevole accesso rispetto alla stretta e tortuosa via Ottimo, che fino a quel momento era stato l'unico accesso alla collina, la nuova strada seguiva un percorso più rettilineo fino alla cima, realizzata con un fondo in acciottolato e larga circa quattro metri, fu intitolato al caduto procidano Salvatore Scotto di Vettimo, ufficiale della Regia Marina decorato al Valor Militare. Anche la zona costiera sottostante fu armata da postazioni di mitragliatrici scavate nel fianco del costone roccioso.



Resti delle postazioni fisse sulla collina del Cottimo


La difesa antiaerea del piccolo territorio isolano e delle sue postazioni armate rappresentava un ulteriore problema, numerose mitragliatrici pesanti, servite da artiglieri della Milizia, furono disposte attorno ai centri principali. Una postazione si trovava a sud in località Ciraccio, all'incrocio con via Saletta, un'altra lungo la costa settentrionale, nella zona detta Fiumicello. Il 74° Gruppo Artiglieria Pesante Contro Aerea, dipendente dal Regio Esercito e con comando a Pozzuoli, manteneva a Procida un proprio punto di osservazione al fine di dare tempestiva segnalazione delle formazioni aeree nemiche prima che giungessero in vista della costa.

Attualmente sono ancora ben visibili, tra la vegetazione della collina del Cottimo, i resti dei basamenti che sostenevano i grandi pezzi di artiglieria, all'interno dei campi coltivati della proprietà Di Iorio.



venerdì 29 luglio 2022

Soldati del Regio Esercito in guerra tra i partigiani


Il pregevole libro "I militari per la guerra partigiana 1943-1945", di Nicola Della Volpe, racconta, con grande attenzione storica, le vicende dei militari italiani coinvolti nella campagna partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Tentando di fare luce su un aspetto troppo a lungo tenuto in ombra, il volume descrive con nuovi elementi dettagliati il contributo dei militari regolari del Regio Esercito in primo luogo, ma anche delle altre forze armate, nella lotta in clandestinità contro i tedeschi all'interno delle formazioni partigiane. Sono ripercorse le varie tappe della guerra dopo l'8 settembre, la situazione materiale e militare del paese, l'atteggiamento dei partiti del CLN, la riorganizzazione delle unità militari superstiti del Regno del Sud. Queste forze, unitamente ai tanti militari sbandati che avevano formato formazioni organiche nel centro-nord o che operavano all'interno delle diverse unità partigiane, fornirono un contributo determinante alla riuscita delle operazioni congiunte di angloamericani e partigiani, impegnati direttamente al fianco delle forze alleate o operando dietro le linee tedesche. 

Il libro pone anche l'attenzione sulle vicende del confine orientale e sul tentativo di contrasto delle mire espansionistiche slave nella regione giuliana da parte dei militari partigiani, oltre che sull'annosa questione della "appropriazione" da parte di determinate aree politiche della narrazione e dell'immaginario collettivo della guerra resistenziale, relegando a lungo in secondo piano il ruolo degli uomini con le stellette. Nell'intento di fare attivamente "storia in laboratorio", il testo, edito dalla Società Editrice Nuova Cultura - Università La Sapienza per la collana  I libri del Nastro Azzurro, si propone di promuovere una conoscenza estesa del fenomeno dei militari in lotta contro i tedeschi e del periodo dell'ultimo conflitto mondiale, ripristinando una giusta memoria degli avvenimenti e fornendo anche un valido ausilio alla didattica della storia ed alla consapevolezza della complessità delle vicende narrate. 

L'autore, Nicola Della Volpe, è generale in congedo dell'Esercito, dopo vari incarichi operativi presso grandi unità, è stato per oltre vent'anni ufficiale di Stato Maggiore, ricoprendo fino al 2001 l'incarico di Vicecapo dell'Ufficio Storico dello SME. Autore prolifico, ha scritto numerosi saggi di storia militare, dedicandosi in particolare allo studio della propaganda e della corrispondenza di guerra. Ha pubblicato diversi volumi anche all'estero. 

venerdì 30 ottobre 2020

“Scarpe di cartone" mito duro a morire


Troppo spesso si ritorna a sentire la storia delle famigerate “scarpe di cartone”, con le quali, secondo una diffusa convinzione, i soldati italiani avrebbero affrontato la campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, andando incontro ad esiti terribili per via delle calzature assolutamente inadeguate, addirittura con la suola realizzata in cartone pressato. In realtà questa è essenzialmente solo una leggenda storica.

Scarponi con chiodatura leggera per armi a piedi

soldati italiani combatterono nel secondo conflitto mondiale con calzature di buona qualità, che, almeno nella loro configurazione ottimale, non potevano certo considerarsi pericolose per i piedi dei soldati. Come modello standard era previsto l’uso dello scarpone adottato nel 1937, che aveva un gambaletto più basso dei precedenti, con la tomaia realizzata in cuoio ingrassato e la suola in legno e cuoio, rinforzata da una chiodatura leggera per le armi a piedi e a cavallo, un diverso modello, con chiodatura da montagna, era in uso alle truppe alpine. Questo particolare tipo di calzatura era stato concepito tenendo presente il clima dell’Europa occidentale e, come ipotesi di impiego, il terreno dell’arco alpino italiano. Indubbiamente, quando questi scarponi si trovarono ad affrontare l’inverno russo, con i suoi meno quaranta gradi, e le particolari condizioni ambientali del fronte orientale, mostrarono dei limiti. In modo particolare, gravi effetti derivarono dalla mancanza di approvvigionamenti e, dunque, dalla capacità di sostituire efficacemente le dotazioni usurate. L’Esercito Italiano era carente di automezzi, rendendo difficile rifornire rapidamente i reparti in prima linea, specie sulle enormi distanze del fronte russo. Le calzature assegnate ai nostri soldati, seppur di buona qualità, utilizzate nelle lunghe ed estenuanti marce a piedi, nel fango e nella neve del fronte orientale, erano sottoposte ad una inevitabile usura, rendendo necessaria la loro sostituzione entro pochi mesi. L’Intendenza Militare, però, pur avendo i propri depositi nelle adiacenze del fronte, era spesso impossibilitata ad utilizzare i mezzi adeguati per rifornire i reparti. Non è secondario notare come questo tipo di problematica fu assai meno sentita nel 1941, all’epoca in cui era impiegato il CSIRCorpo di Spedizione Italiano in Russia, che aveva una consistenza numerica piuttosto contenuta e che occupava una porzione ridotta del fronte.  I problemi logistici maggiori iniziarono dal 1942, con la nascita dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia, una grande unità di notevoli dimensioni composta da una grande moltitudine di soldati, alla quale era assegnato un lungo tratto di fronte, pertanto le linee di comunicazione si allungarono ed il numero di militari da dover rifornire aumentò in modo esponenziale. Un aumento che l’Intendenza non fu in grado di sostenere con dotazioni adeguate, in particolare erano scarsi gli automezzi che avrebbero consentito di portare rapidamente i rifornimenti in prima linea.


Scarponi con chiodatura pesante per truppe alpine

Dal punto di vista costruttivo, probabilmente, il principale limite degli scarponi italiani va ricercato proprio nel sistema della chiodatura: aprendo microfori nella suola della scarpa si consentiva il passaggio di una certa quantità di umidità che, ad una temperatura di meno 40 gradi, gelava rapidamente esponendo il piede al congelamento. Per far fronte a tali difficoltà si ricercarono modelli di calzature più efficienti, ad alcuni reparti alpini, in primo luogo al Battaglione “Monte Cervino”, furono dati in dotazione nuovi scarponi con suola gommata in Vibram che risultarono particolarmente adatti a reggere le rigide temperature dell’inverno russo. Allo stesso tempo, studiando un peculiare tipo di stivale utilizzato dalle popolazioni locali, i cosiddetti “valenki”, furono creati stivali in feltro di lana pressato che potevano essere indossati sopra i normali scarponi come una sorta di galosce, oltre ad essere imbottiti di lana o paglia per mantenere gamba e piedi ancor più al caldo ed isolati dal gelo. Purtroppo anche queste dotazioni soffrirono la difficoltà dei trasporti per gli approvvigionamenti, gran parte di esse finì per accumularsi nei magazzini militari senza la possibilità di essere distribuite effettivamente alle truppe al fronte.


Bersagliere nel fango in Russia, indossa mezzi stivali con gambale

Nel complesso può considerarsi solo parzialmente vero che i soldati italiani affrontarono i vari fronti della Seconda Guerra Mondiale con dotazioni e vestiario non sempre all’altezza delle esigenze belliche, ma va definitivamente sfatato il mito degli scarponi di cartone e, con esso, il terribile sospetto che possano esserci state gravi speculazioni sulle forniture militari e, quindi, sulla vita dei nostri soldati.


lunedì 27 aprile 2020

La resa di Caserta del 1945


La fine del secondo conflitto mondiale in Italia e, con essa, la resa delle forze tedesche, fu indipendente dalla morte di Mussolini e determinò anche la fine militare della Repubblica Sociale Italiana, essa è passata alla storia come resa di Caserta. Le Forze Armate della RSI, salvo quelle già travolte dall'avanzata dalle truppe delle Nazioni Unite che stavano occupando il nord Italia e quelle arresesi anticipatamente alle forze del Comitato di Liberazione che avevano ottenuto la consegna delle armi, risultarono ufficialmente sconfitte il 29 aprile 1945.

La firma dei delegati tedeschi

Nel febbraio-marzo 1945 il capo dell’OSS in Svizzera, Allen Dulles, aveva lanciato l’operazione Sunrise-Crossword per ottenere una resa negoziata delle forze tedesche in Italia,  appoggiata dal Vaticano e dal CLN, avviando trattative con l’ufficiale delle SS Eugen Dollmann. Il Quartier Generale alleato di Caserta, per superare la forte contrarietà sovietica - alimentata dalle preoccupazioni di Stalin che temeva una manovra angloamericana per isolare militarmente l’URSS – impose ai negoziatori tedeschi l’impegno a garantire la capitolazione incondizionata di tutte le loro forze in Italia, compresi i reparti della Repubblica Sociale che, non essendo riconosciuta dagli alleati,  non aveva con essi rapporti diplomatici diretti. Dopo estenuanti trattative l'URSS nominò un suo osservatore all'atto conclusivo, il Generale Kislenko, e l’accordo fu denominato “Strumento di resa locale delle forze tedesche e delle altre forze poste sotto il comando o il controllo del Comando Tedesco Sud-ovest”, che nella classificazione alleata fu considerata come local surrender, la resa di un solo settore definito del fronte.
Il generale Morgan con la delegazione alleata


Nella trattativa giocò un ruolo determinante il Generale Karl Wolff, plenipotenziario della Wehrmacht e comandante in Italia delle SS, con il grado di Obergruppenführer. Riuscì ad ottenere il coinvolgimento di tutti i reparti in armi della RSI attraverso la firma di uno specifico atto di delega che il Maresciallo Graziani, Ministro e comandante delle Forze Armate della Repubblica di Salò, gli rilasciò a Cernobbio il 26 aprile, specificando che le trattative dovessero svolgersi “alle stesse condizioni praticate per le Forze Armate Germaniche in Italia con intese impegnative riguardo alle truppe regolari dell’Esercito Italiano, dell’Arma Aerea e della Marina, come pure Reparti militari fascisti”, equivalenti alle  capitolazioni tedesche del 22 e del 25 aprile precedenti. Wolff fu aiutato dagli agenti americani dell’OSS operanti in Svizzera a muoversi liberamente tra il territorio elvetico ed il lago di Como, così il 27 aprile, da Lucerna, inviò la traduzione in tedesco della delega di Graziani al Maggiore Eugen Wenner che fu delegato a recarsi a Caserta, dopo aver ricevuto l’assenso e le credenziali del Generale Von Vietinghoff, comandante del Gruppo di Armate C in Italia.


Il testo della delega di Graziani
La resa fu firmata nell’antica reggia borbonica di Caserta, sede del Quartier Generale delle forze alleate in Italia, il 29 aprile dal Colonnello della Wermacht Hans Lothar von Schweinitz e dal Maggiore delle SS Eugen Wenner, che si presentarono in abiti borghesi, per conto delle armate tedesche in Italia e per conto dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, che esibirono la delega di Graziani, che fu allegata al documento finale, mentre, per gli alleati fu sottoscritta dal Generale William Morgan, dell’esercito inglese, capo di stato maggio del Comando supremo alleato nel Mediterraneo. Alla presenza del  Generale americano Lemnitzer, del  Colonnello Sweetman, del Contrammiraglio Lewis, capo di stato maggiore delle forze navali alleate, del Mar Baker, capo di stato maggiore delle forze aeree, del Generale sovietico Kislenko, del Tenente polacco Vraeveskj. Il testo del cessate il fuoco fu redatto in inglese e in tedesco, fissava alle ore 12.00 del 2 maggio 1945 la fine delle ostilità.
Salvatore Palladino

domenica 29 settembre 2019

Digitalizzati i fascicoli dei caduti della Seconda Guerra Mondiale


Fonte foto: Ministero della Difesa

A settembre si sono concluse le operazioni di digitalizzazione di tutti i fascicoli dell'Albo d'Oro dei Caduti della Seconda Guerra Mondiale, che il Ministero della Difesa ha voluto avviare per ottimizzare il lavoro svolto dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti e per ottemperare alle norme del Codice dell'Amministrazione Digitale.

L'attività di digitalizzazione era iniziata nel giugno del 2018 presso il Centro di Dematerializzazione e Conservazione Unico della Difesa di Gaeta, ed ha consentito il trasferimento su supporto digitale di circa 318.740 fascicoli relativi ai Caduti dell'ultima guerra mondiale, che costituiscono oltre 2,6 chilometri lineari di materiale archivistico e che ora formano un database di 2,8 terabyte di files in formato PDF/A. I fascicoli digitalizzati riguardano per il 77 % caduti dell’Esercito, per il 10% caduti della Marina Militare, per il 4% caduti dell’Aeronautica Militare, per il 4% caduti della Repubblica Sociale Italiana e per il 5% partigiani. Al momento della consegna definitiva erano presenti il Generale Alessandro Veltri Commissario generale di OnorCaduti ed il direttore  dello stabilimento di Gaeta, Ing. Francesco Grillo.

I fascicoli originali, prima dell'acquisizione informatica, sono stati accuratamente trattati operando una indicizzazione e, successivamente, sono stati sottoposti ad un processo di sanificazione per eliminare eventuali microorganismi nocivi per poi procede alla eliminazione di fermagli punti metallici ed allo spianamento delle pieghe della carta. Tutto il materiale cartaceo sarà comunque conservato a Roma presso una struttura del Ministero della Difesa in virtù dell'elevato valore storico del materiale. Nell'ambito dell'opera di valorizzazione degli archivi di OnorCaduti si è anche avviato un progetto che, nei prossimi anni, porterà alla digitalizzazione anche degli oltre 500.000 fascicoli dei Caduti della Prima Guerra Mondiale. 

lunedì 1 luglio 2019

Francesco D'Andrea, il comandante umile


Francesco D’Andrea era nato a Gaeta nel 1907, negli ultimi anni della sua vita si presentava come un attempato signore dall’aspetto distinto e dai profondi occhi azzurri che, passeggiando in compagnia di amici più giovani, discorreva piacevolmente del più e del meno. Chi lo conosceva lo chiamava “Colonnello D’Andrea”, nonostante avesse raggiunto, con la pensione, il grado di Generale di Brigata. L’umiltà che lo aveva sempre contraddistinto forse, dipendeva proprio dall’aver conosciuto la guerra e perciò egli appariva semplice, ma mai vanitoso del suo passato. Nell’ascoltare, le sue narrazioni avevano il sapore del mistero pari a quello ricavato dal leggere un libro di Salgari e affondavano direttamente nei suoi ricordi di guerra.

Giovane ufficiale d’Artiglieria di complemento era stato destinato nel 1937 all’Africa Orientale, comandante di un plotone di ascari cammellati, unico italiano in un reparto di indigeni, preposto al controllo delle linee di confine tra il giovane impero italico ed i possedimenti britannici. Egli presentava con ironia i rapporti che intercorrevano, prima dello scoppio del conflitto, tra lui e un ufficiale inglese che svolgeva il suo stesso incarico operativo e con il quale era solito scambiare sigarette italiane con cioccolata e liquore d’oltremanica, ricordava con meraviglia come i suoi ascari cucinassero enormi uova di struzzo al sole degli altipiani africani,  elogiava la fedeltà incondizionata del suo plotone, fino al momento in cui, volgendo al peggio le sorti della guerra italiana, per ordine degli Stati Maggiori lo dovette congedare, ricorrendo alle maniere forti per i più riottosi che non volevano svestire la divisa, solo per evitare che quei soldati potessero incorrere nella furia omicida delle truppe etiopi al seguito degli inglesi, che li avrebbero torturati ed uccisi in maniera atroce. In quel periodo D’Andrea aveva conseguito una promozione per merito di guerra. Era entrato in servizio permanente nell’esercito, ed il suo valore gli avrebbe in seguito, meritato una medaglia di bronzo al valore militare, nei duri combattimenti a cui aveva partecipato, tra il 26 e il 31 gennaio 1941 nella difesa dell'Impero. Appariva sincero nei suoi commenti e spesso si soffermava sulle difficoltà organizzative e logistiche, a cui si erano trovate esposte le nostre truppe, a suo dire sommariamente preparate alla guerra. Era stato catturato da parte delle truppe inglesi, contro le quali alla fine si erano trovato a combattere inquadrato nella 46ª Brigata Coloniale, dopo  essere riuscito col proprio reparto a fermare temporaneamente l’avanzata dei carri armati nemici, durante l’epica battaglia per la difesa di Cassala nello scacchiere nord dell’Africa Orientale. Era riuscito a scappare per ben due volte da un campo di concentramento inglese in India, ove era stato trasferito nell’estate del 1941, e spesso narrava di come, dopo essere stato ripreso in compagnia di un tenente dei carabinieri, per distoglierlo dal ritentare nuovamente la fuga, il comandante del campo di prigionia lo aveva fatto anestetizzare dai sanitari e gli aveva fatto estirpare tutti i denti.

Nonostante i fatti vissuti, mai ebbe a perdere la gioia della vita e continuava col ricordo a tenere desto e ad insegnare il senso della dignità personale e del rispetto verso gli altri. Tali qualità le conservò e le testimoniò sempre, fino a quando, in punta di piedi, raggiunse la sua compagna di vita, deceduta qualche mese prima, e amata con una dedizione paragonabile solo a quella con cui aveva servito la patria. Questo era Francesco D’Andrea, puro di cuore e dagli occhi color del cielo: azzurri come il suo vecchio modello di automobile che continuava guidare nonostante l’età, azzurri come la sua sciarpa da ufficiale, la vecchia Savoia, che aveva onorato con quaranta anni di vita con le stellette.

Questa la motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare:

Sottocomandante di Batteria da 65/17, durante 5 giornate di duri combattimenti si prodigava oltremisura nella condotta e nell’esecuzione del fuoco contro forze preponderanti. Ricevuto l’ordine di ripiegare su posizioni arretrate, nonostante le perdite subite e la situazione resa grave dall’incalzante avversario, riusciva, con audaci azioni di contrassalto a contenere l’aggressività e a porre in salvo il suo reparto: Avuto sentore che una stazione radio da campo era rimasta arretrata, si portava in zona particolarmente battuta e riusciva dopo eroici sforzi a recuperare il mezzo efficiente.
Africa Orientale 26 – 31 gennaio 1941

Salvatore Palladino

venerdì 28 dicembre 2018

L'impresa di Alessandria

18 dicembre 1941 - Mediterraneo orientale - ore 18.40, il sommergibile italiano Scirè giungeva sul punto stabilito, a miglia 1,3 per 356° dal fanale del molo di ponente del porto di Alessandria, in fondale di 15 metri. La fase finale dell’operazione G.A.3 aveva inizio.
Lo Scirè, come da ordine di operazione, aveva mollato gli ormeggi a La Spezia il 3 dicembre precedente, simulando un’uscita per esercitazione ma, all’imbrunire, aveva imbarcato, in tutta segretezza, tre “Siluri Lenta Corsa”, i cosiddetti “maiali” (contraddistinti dai numeri 221, 222 e 223), nei tre cilindri a tenuta stagna appositamente installati in coperta. Ripreso il mare, l’ordine per il comandante, capitano di fregata J. V. Borghese, era stato di raggiungere Lero, dove avrebbe dovuto ricongiungersi con gli operatori dei mezzi d’assalto e attendere l’ordine di partenza alla volta di Alessandria. Il 9 dicembre, lo Scirè si ormeggiava a Porto Lago (isola di Lero) dove imbarcava, il 12 dicembre successivo, gli assaltatori nel frattempo giunti dall’Italia via Rodi. Dopo aver atteso per alcuni giorni i risultati delle ricognizioni aeree su Alessandria, il 14 dicembre lo Scirè riceveva l’ordine di prendere il mare per dare inizio all’operazione G.A.3. La navigazione verso le coste egiziane aveva comportato non poche difficoltà a causa delle avverse condizioni meteorologiche e fu soltanto nel pomeriggio del 17 che il comandante della X flottiglia MAS, capitano di fregata Ernesto Forza, sulla base degli esiti della ricognizione aerea, poteva segnalare al comandante dello Scirè la presenza di due corazzate in porto e di mare calmo lungo le coste egiziane.
Nel pomeriggio del 18 dicembre, lo Scirè, in vista della costa, iniziava l’avvicinamento occulto alla base nemica. Alle ore 20.47, sfuggendo alla vigilanza britannica e ai campi minati difensivi, iniziava in affioramento le operazioni di rilascio dei tre “maiali”. Al segnale convenuto, i tre mezzi d’assalto dirigevano verso Alessandria e il sommergibile riprendeva la navigazione sulla via del ritorno, puntando prima su Lero, per poi proseguire, dopo una breve sosta, verso la base di La Spezia, dove giungerà incolume il 29 dicembre.
Il mare era calmo e non c’era vento. Nessun segno di allarme dalla base nemica. I sei uomini del gruppo d'assalto, ripartiti in tre coppie, procedevano verso gli obiettivi: il tenente di vascello Luigi Durand de la Penne con il capo palombaro Emilio Bianchi, il capitano del Genio Navale Antonio Marceglia con il sottocapo palombaro Spartaco Schergat, il capitano delle Armi Navali Vincenzo Martellotta con il capo palombaro Mario Marino si avviavano a compiere un'impresa leggendaria nella storia della nostra Marina e in quella navale di tutti i tempi. Tutto procedeva secondo i piani; quando ormai gli operatori erano in procinto di affrontare l’ostacolo più difficile, costituito dalla rete di sbarramento che chiudeva l’accesso alla base, la buona sorte arrise loro. Infatti, poco dopo la mezzanotte, una sezione mobile della rete era stata aperta, per consentire l’ingresso in porto di alcuni cacciatorpediniere inglesi di ritorno da una missione. Portatisi nella scia delle siluranti britanniche, i “maiali” penetravano nel porto di Alessandria e iniziavano l’avvicinamento finale verso gli obiettivi. L’unità assegnata all’equipaggio Durand de la Penne-Bianchi era la nave da battaglia Valiant, ormeggiata di prora alla gemella Queen Elizabeth, nello specchio acqueo prospiciente la banchina petroli.

La corazzata HMS Valiant

Superata l’ultima ostruzione, poco dopo le 02.00 del 19 dicembre gli operatori immergevano il “maiale” per portarsi al di sotto dello scafo della Valiant, ma il mezzo subacqueo, urtata la carena, mentre gli operatori cercavano l’aletta di rollio della nave per fissarvi la carica esplosiva, si allagava perdendo quota, appoggiandosi così sul fondale fangoso a qualche metro di distanza dalla nave. Durand de la Penne riusciva a risalire in superficie, verificando di trovarsi al traverso delle torri prodiere dell’unità inglese. Ritornato in profondità Durand de la Penne cercava di far ripartire l’apparecchio senza riuscirvi. Chiedeva quindi a Bianchi di ispezionare le eliche per verificare eventuali impedimenti. Nel compiere quest’operazione il secondo uomo, a causa di un’avaria al suo autorespiratore, veniva colto da malessere e, mentre cercava di risalire in superficie, perdeva i sensi.

 Luigi Durand de la Penne

Durand de la Penne, rimasto solo, trascinava faticosamente, per quaranta lunghi minuti, l’apparecchio verso lo scafo della corazzata britannica. Attivate le spolette della carica esplosiva e coperto con il fango il cruscotto per evitare che la luminosità degli strumenti potesse indicarne la posizione in caso di eventuali ricerche, Durand de la Penne risaliva in superficie dove veniva individuato dal personale di guardia e, fatto segno da alcune scariche di mitragliatore, si rifugiava sulla boa d’ormeggio della corazzata dove ritrova il suo secondo.
Tratto da DifesaOnLine

mercoledì 19 luglio 2017

Agostino Sasso, l'ultimo leone di El Alamein

El Alamein è diventata sinonimo di stenti, di logoramento, di eroismo delle truppe e di impreparazione dei quadri italiani, che pur destinati ad ruolo subalterno rispetto ai reparti dell’Afrika Korps del Generale Rommel, testimoniarono un elevato valore sul campo di battaglia, riconosciuto dallo stesso nemico. Durante l’offensiva inglese, iniziata il 23 ottobre, anche le truppe più preparate furono destinate a funzioni ed a scopi secondari, diversi da quelli per i quali erano stati costituiti. E’ il caso dei reparti aviotrasportati della Folgore che videro umiliato il loro altissimo addestramento, nobilitando quella tragedia col solo sacrificio di quei combattenti che seppero adattarsi a compiti operativi meno qualificati, di solito affidati alla fanteria di linea. 

Sasso con i commilitoni ad El Alamein 

Una delle più famose fotografie di quella battaglia ritrae un gruppo di paracadutisti italiani mentre escono da una buca, in una pausa dei combattimenti. Uno dei militari, il terzo da sinistra esattamente al centro della foto, con il moschetto tra le mani, si chiamava Agostino Sasso, era nato a Pietrastornina, in provincia di Avellino, nel 1920. Durante il servizio di leva era transitato dai ranghi della fanteria alla nascente specialità paracadutisti, fu mitragliere di plotone, dopo un lungo periodo di formazione e addestramento a Tarquinia e a Pisa, si trovò nel deserto africano a fronteggiare un nemico superiore per mezzi e per capacità operativa. Nei giorni di quella guerra feracissima, nelle fasi iniziali dello scontro, scrisse anch’egli un’importante pagina di eroismo, consacrata dalla Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che gli fu concessa con questa motivazione: 

“Mitragliere, già distintosi per coraggio, nel corso di aspro combattimento contro nemico preponderante, ferito in varie parti del corpo, rifiutava di recarsi al posto di medicazione e continuava a sparare finché non veniva sopraffatto.”
El Munassib, Africa Settentrionale - 24 ottobre 1942.


Fu tra i superstiti di quella battaglia, ma dovette affrontare un periodo di prigionia prima di poter tornare in patria nel 1946. E’ inutile dire che El Alamein segnò Agostino; quell’esperienza lo fece maturare e gli diede la forza di vivere adeguatamente la vita: tornato in patria, in una nazione allo sbando economico e sociale, dovette soffrire non poco per trovare occupazione nel Corpo degli Agenti di Custodia e formarsi una famiglia, tirata su in maniera esemplare e nel rispetto dei più saldi valori morali. Con il grado di Agente, fu inviato presso la casa di cura e detenzione di Aversa, qui si stabilì definitivamente, senza mai far venir meno il suo impegno per quell’evento di cui fu giovane protagonista.  Verso la fine degli anni ottanta fu nominato presidente della federazione provinciale di Caserta dell’Istituto del Nastro Azzurro. Citato in varie pubblicazioni storiche e memorie di combattenti, per lungo tempo è invitato ai raduni dei reparti paracadutisti in servizio, ospite benvoluto, testimone e protagonista di un evento unico ed esaltante per la storia di un’Italia sempre più lontana dai valori di un vecchio soldato. Nel 2006 fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, si è spento ad Aversa nel 2013, a 93 anni.

Agostino Sasso durante l'addestramento in Italia


Salvatore Palladino

venerdì 30 settembre 2016

Colonnello di Fanteria, 1942

Nel figurino è rappresentato un Colonnello di Fanteria Comandante di Reggimento così come poteva apparire a guerra inoltrata, intorno al 1942. L'ufficiale indossa una uniforme in cordellino grigioverde "adattata al tempo di guerra" secondo le disposizioni del giugno 1940, è basata su una giubba modello 33 alla quale è stato sostituito il colletto in velluto nero con un bavero in cordellino grigioverde e sono state rimosse le filettature rosse ai paramani. Anche i bottoni dorati sono stati tutti sostituiti da bottoni in frutto o in bachelite grigioverdi. I pantaloni sono rimasti del modello precedentemente in uso, con bande nere filettate del colore dell'arma di appartenenza, in questo caso il rosso della Fanteria. L'ufficiale indossa il berretto rigido, camicia e cravatta grigioverdi e gli stivaloni neri di cuoio. Il fregio ed i gradi al berretto ed i gradi ai paramani sono sottopannati di rosso, il che indica che il Colonnello detiene il comando di un reggimento, in questo caso l'80° Reggimento "Roma" della Divisione Pasubio, le cui mostrine di stoffa sono presenti sul colletto complete di stellette. Sul lato sinistro del petto sono presenti i nastrini delle decorazioni e sul primo bottone della giubba è presente il nastrino della Croce di Ferro Tedesca. 

L'illustrazione è ispirata al Colonnello Epifanio Chiaramonti, comandante del Reggimento "Roma" tra il 1941 ed il 1942. Nato nel 1893 a Ribera in provincia di Agirgento, era già stato ufficiale combattente durante la Prima Guerra Mondiale, in Russia fu energico comandante dell'80°, attorno al quale costituì la "Colonna Chiaramonti" in seno al CSIR, una specie di reparto d'assalto avanzato. Ferito gravemente ad un occhio fu rimpatriato nel 1942 e posto al comando della Scuola Allievi Ufficiali di Milano dislocata però a Cremona, l'8 settembre del '43 si oppose in armi ai tedeschi e riuscì a salvare i propri uomini dalla fucilazione, subendo però due anni di internamento tra Polonia e Germania. Era decorato del cavalierato dell'Ordine Militare d'Italia, conferitogli nel 1947, e di una Medaglia d'Argento ed una di Bronzo meritate per la campagna di Russia, oltre che della Croce di Ferro germanica. Si spense a Milano negli anni '70.

  

Fu lui il comandante che l'11 agosto 1941, durante la battaglia di Jasnaja Poljana nei pressi della foce del fiume Bug, ordinò ai propri uomini di aprire il fuoco sui reparti di cavalleria tedesca che, dopo il vittorioso esito della battaglia contro l'Armata Rossa, conquistato dal valore degli uomini della "Colonna Chiaramonti", tentarono di rubare l'onore della conquista a soldati italiani. Fu fermissimo anche nel rintuzzare i rimproveri di un generale tedesco per quell'episodio: 

« "Dovreste mandare i vostri mitraglieri a un corso d'addestramento" Disse spocchioso il tedesco. "Sparano male, ieri hanno messo sotto tiro la nostra cavalleria". "Non è stato un errore" Rispose Chiaromonti. "Sono stato io a ordinare il fuoco. I vostri soldati ci stavano tagliando la strada e io non tollero gli sgambetti." Il generale girò sui tacchi borbottando unglaubich!, incredibile! L'episodio di di Jasnaja Poljana fece certamente salire gli italiani nella considerazione dei tedeschi. »
(Arrigo Petacco, "L'armata scomparsa. L'avventura degli italiani in Russia", Oscar Storia Mondadori, pag. 22)

Illustrazione di Andrea Viotti
tratta da: A. Viotti "Uniformi e distintivi dell'Esercito Italiano nella Seconda Guerra Mondiale", USSME, Roma 1988

mercoledì 28 settembre 2016

Caporale di Fanteria, 1937


Il soldato nell'illustrazione, appaertenente al 7° Reggimento di Fanteria "Cuneo" indossa l'uniforme da truppa introdotta nel 1937, con lievi modifiche rispetto ai modelli precedenti. Essa si compone di giubba a collo aperto in panno grigioverde con bavero in panno di lana nero e paramani a punta, i pantaloni, del modello cosiddetto "corto" per armi a piedi, sono dello stesso tessuto ed infilati nelle fasce mollettiere. Il berretto è anch'esso in panno di lana grigioverde con visiera nera. Con questa giubba era previsto l'uso del cinturino di stoffa nella configurazione ordinaria, ma in questo caso il soldato indossa l'uniforme per servizi armati con cinturino in cuoio dipinto di grigioverde e fondina in cuoio naturale, l'arma è un revolver Bodeo 1889. Il figurino è rappresentato con la camicia in flanella grigioverde e la cravatta di lana nera. La giubba è chiusa da una fila centrale di bottoni in ottone lisci con fregio d'arma, la stessa tipologia di bottoni, ma di dimensioni ridotte, chiude le tasche e le controspalline, sul colletto sono presenti le mostrine rettangolari cremisi, tipiche del Reggimento "Cuneo", ornate dalle stellette di metallo liscio da truppa. I gradi da Caporale sono presenti in posizione omerale e sono filati in gallone rosso, proprio nel 1937 essi furono spostati sull'omero in dimensione ridotta, mentre in precedenza erano in gallone nero a forma di V rovesciata e posizionati sui paramani. L'uniforme è completata da un paio di scarponcini in cuoio dipinti di nero.

Illustrazione di Andrea Viotti
tratta da: A. Viotti "Uniformi e distintivi dell'Esercito Italiano nella Seconda Guerra Mondiale", USSME, Roma 1988

domenica 27 dicembre 2015

Orione 1943


Roberto Serra è un fisiologo, un professore universitario in pensione, ma è anche l'ultimo pilota vivente dei leggendari Siluri a Lenta Corsa, gli SLC meglio noti come "maiali", i siluri esplosivi che erano condotti dal pilota fin sotto l'obiettivo da colpire. Classe 1922, durante la seconda guerra mondiale era soldato della Regia Marina, assegnato alla Decima Flottiglia MAS, era di stanza a La Spezia quando l'8 settembre 1943 fu reso noto l'armistizio, da allora cominciarono per lui 20 mesi di militanza nella Repubblica Sociale Italiana, agli ordini del Comandante Junio Valerio Borghese che si era rifiutato di accettare l'onta dell'armistizio decidendo di continuare autonomamente la guerra contro gli anglo-americani con i propri uomini. L'esperienza di quegli anni è condensata nelle oltre quattrocento pagine del libro "Orione 1943. L'ultima missione della Decima Flottiglia Mas", una cronaca dettagliata e appassionata degli avvenimenti vissuti in guerra nelle basi navali del nord Italia, tra La Spezia e Genova, da Arona a Portofino, fino a Salò. Emergono con chiarezza gli aspetti tecnici, i dettagli militari, gli aspetti umani della vicenda, ma anche lo slancio ideale, il senso del dovere e dell'onore e l'altissima caratura morale di una generazione di italiani che, con coraggio e lucidità, compì una scelta di campo e di vita.

Primo protagonista delle vicende narrate è il sentimento di amicizia e cameratismo che lega i giovani uomini della squadriglia Orione, da cui il romanzo trae il titolo, che conservano insieme la memoria delle gesta del recente passato bellico e che affrontano insieme le rischiose missioni nelle quali sono coinvolti. Un gruppo di giovani che, senza retorica, affronta la guerra con alto senso dell'onore rispetto per l'avversario, animato da un incondizionato amor di patria. Numerose sono poi le digressioni in cui si raccontano le imprese gloriose degli eroi della Decima, autentica leggenda italiana del secondo conflitto mondiale. Il testo, di 436 pagine, è stato pubblicato nel 2014 dalla Artestampa Edizioni. 

mercoledì 29 luglio 2015

Guernica: la vera storia di un falso clamoroso


L'episodio divenuto il simbolo della Guerra Civile Spagnola è senza dubbio il bombardamento condotto nel 1937 dalla Legione Condor tedesca sulla cittadina basca di Guernica, immortalato da Picasso in un'opera divenuta il manifesto della brutalità della guerra. Ma è risaputo che nelle guerre la prima vittima è sempre la verità, e intorno all'episodio di Guernica si è sviluppato un mito che ben poco fondamento storico possiede in realtà. Secondo la vulgata più diffusa le forze aeree tedesche, alleate del governo insurrezionale nazionalista, avrebbero bombardato una cittadina priva di rilevanza militare come Guernica al solo scopo di testare nuove tecniche di bombardamento a tappeto e di incutere terrore alla popolazione civile, sarebbe stato scelto volutamente il giorno 26 aprile poiché, essendo un lunedì, era giornata di mercato, portando il totale delle vittime ad oltre 1600 morti più almeno 800 feriti. I fatti furono raccontati al mondo intero soprattutto dai corrispondenti di guerra stranieri, primi fra tutti gli inglesi Noel Monks, Christopher Holme e George Steer, senza che però nessuno di essi si fosse effettivamente recato sul posto, i giornalisti infatti si limitarono a risiedere a Bilbao raccogliendo le testimonianze provenienti dal fronte e dalle zone interessate dai bombardamenti. L'impressione suscitata fu enorme, il governo repubblicano si affrettò a denunciare l'accaduto come una immane strage di civili, intendendo sfruttare i fatti a fini propagandistici, fu commissionato a Picasso il dipinto che poi rese perennemente celebri gli eventi di Guernica. Quali furono in realtà tali eventi? Furono molto diversi dalla versione ufficiale.


Guernica infatti era una città di elevata importanza militare: si trovava a soli venti chilometri dal fronte, era difesa da tre battaglioni di forze regolari, con circa 2000 uomini acquartierati in città, era dotata di un importante nodo ferroviario che si collegava alla rete stradale che comprendeva anche il ponte di Renterìa, uno dei punti di passaggio vitali sul fiume Oca che proprio in quei giorni era stato attraversato dalla 2ª e dalla 4ª Brigata internazionale in ritirata dal fronte nord. In città vi erano inoltre due importanti fabbriche d'armi, la Unceta y Compania che produceva armi leggere, e la Talleres, specializzata in bombe da aereo.  La popolazione residente era di circa 4000 abitanti, ma l'avanzata del fronte aveva provocato lo sfollamento di buona parte dei residenti, inoltre, proprio per timore dei bombardamenti, il mercato settimanale era stato sospeso e non si tenne in quel 26 aprile, era stata rapidamente approntata la costruzione di sette ricoveri ed erano state installate diverse postazioni di mitragliatrici antiaeree. Dal giorno 25 la cittadina si ritrovò ad essere direttamente sulla linea del fronte, poiché il governo basco, nella impossibilità di respingere le colonne nazionaliste provenienti dalla Navarra, aveva ordinato una disperata difesa di Bilbao sulla linea Guernica-Amorrabieta-Gorbea, sperando di ritardare le forze franchiste nell'attesa di un aiuto da parte del governo centrale, che non arrivò. L'aviazione nazionalista, formata da tedeschi e italiani, entrò in azione nel pomeriggio del 26 per tagliare la via della ritirata ai reparti repubblicani che tentavano di guadare l'Oca: alle 16.15 una pattuglia di velivoli tedeschi sganciò un carico di circa due tonnellate di bombe sugli obbiettivi previsti che, stando ai piani di volo ed ai rapporti di missione, comprendevano il ponte di Renterìa, la stazione ferroviaria e le due fabbriche d'armi, i danni furono tuttavia limitati. Intorno alle 16.30 una seconda incursione sul ponte fu effettuata da tre bombardieri S.79M italiani, la struttura fu solo lievemente danneggiata, è significativo notare che le disposizioni impartite dal Colonnello Raffaelli, consultabili presso gli archivi dell'Aeronautica Militare, prevedevano esplicitamente che "Per evidenti ragioni politiche, il paese non deve essere bombardato". L'attacco più massiccio si verificò alle 18.30, fu condotto da 18 bombardieri Junkers52 tedeschi della Legione Condor, al comando dei capitani von Knauer, von Beust e von Kraft, scortati da una quindicina di caccia italiani Fiat CR.32, ebbe ancora come obbiettivo il ponte di Renterìa e le strade circostanti. In questa occasione furono sganciate 39 bombe da 250 chilogrammi ciascuna, delle quali, secondo i rapporti di missione, 7 caddero all'interno dell'abitato. Le bombe erano in gran parte incendiarie e nelle prime incursioni erano stati usati spezzoni incendiari facendo avvampare diversi focolai intorno alla città che subì danni limitati, non a caso il centro cittadino, comprendente il Palazzo dell'Assemblea Basca e la piazza del Gernikako Arbola, l'albero della libertà dei popoli baschi, rimase indenne. Le vittime furono 93, cui vanno aggiunte alcune decine di morti nei dintorni della città, per totale non superiore ai 130 caduti e circa un centinaio di feriti. 


E' molto probabile che la devastazione della città, come già indicato dal governo franchista subito dopo la Guerra Civile, sia stata dovuta ai forti venti che spinsero le fiamme dalla periferia verso il centro cittadino e soprattutto alle distruzioni operate dai reparti repubblicani che minarono parte degli edifici per fare terra bruciata innanzi all'avanzata dei nazionalisti, che occuparono la città il giorno 28 aprile. L'emozione suscitata dal bombardamento fu abilmente sfruttata dal governo repubblicano per mascherare la totale disfatta del fronte nord, con la situazione altamente critica che si stava venendo a determinare sul famigerato Cinturòn de Hierro, la linea difensiva eretta intorno alla capitale basca Bilbao, che era sotto un costante attacco nazionalista e che cadde poco più di un mese dopo i fatti di Guernica. La mossa propagandistica fu abile, coinvolgendo anche Pablo Picasso che contribuì al mito della devastazione della città martire. Il pittore in realtà, benché si fosse da subito detto stravolto dalla notizia del bombardamento, era piuttosto sensibile al denaro ed alla fama e seppe sfruttare ampiamente la situazione "riciclando" un suo precedente dipinto, "In morte del torero Jocelito", dedicato ad un toreador morto nell'arena con il proprio cavallo attaccato dal toro durante una corrida. All'opera furono aggiunti un paio di dettagli, come la madre piangente col bambino, e fu rifilata al governo spagnolo per la, non certo modica, cifra di 300.000 pesetas, e fu diffusa in tutto il mondo facendo esplodere definitivamente la fama del pittore. Ancora oggi, malgrado vari studi negli anni abbiano smentito la versione ufficiale di parte antifranchista, la storia del bombardamento di Guernica è raccontata con toni drammatici e truculenti che offendono la memoria dei morti veri e distorcono la verità dei fatti storici.