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mercoledì 9 ottobre 2013

Addio al Generale Giap


Alla veneranda età di 102 anni si è spento in un ospedale militare di Hanoi il generale Vo Nguyèn Giap, eroe dell'indipendenza vietnamita e primo teorico dell'impiego su vasta scala della strategia della guerriglia. Nato nel 1911 in un piccolo villaggio della regione centrale dell'allora Indocina da una famiglia di contadini, ebbe modo di studiare presso le scuole francesi apprendendo i primi rudimenti di strategia dallo studio delle campagne napoleoniche. In gioventù fu iniziato alla politica presso i circoli nazionalisti vietnamiti che operavano per contrastare il dominio coloniale francese, per poi iscriversi al neocostituito Partito Comunista Vietnamita nel 1930. Animatore delle cellule comuniste per un decennio fu poi inviato in Cina allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale per perfezionare le tecniche di resistenza all'invsione Giapponese, fu in questo periodo che prese contatti con Ho Chi Minh che gli affidò il comando delle formazioni armate del Vietminh, il movimento di liberazione nazionale. Con l'appoggio americano e cinese fu uno degli artefici della sconfitta dei giapponesi nel 1945 dirigendo personalmente la decisiva battaglia di Hanoi.

Ottenuta l'indipendenza del nord del paese il 2 settembre del 1945 iniziò per il Vietnam un difficile periodo di convivenza con il governo coloniale francese che continuava a controllare il sud del paese, portando già nel 1947 ad una nuova guerra. Fu in questo conflitto che Giap costruì la propria fama mitica di "Napoleone Rosso" conducendo per sette anni un esercito di contadini male armati in una intensa guerriglia contro le preponderanti forze francesi che alla fine furono sconfitte nell'epica battaglia di Dien Bien Phu, un avamposto fortificato nella jungla difeso da oltre diecimila uomini che la Francia reputava inespugnabile. Giap seppe condurre con spietata durezza ma estrema efficacia le operazioni, dimostrandosi sempre incurante delle elevatissime perdite cui sottoponeva il proprio esercito pur di giungere alla vittoria finale. Le stesse dottrine risultarono vincenti anche nella guerra che dal 1965 vide il Vietnam contrapposto agli Stati Uniti intervenuti per limitare l'espansione comunista nel sud-est asiatico. Nonostante la sproporzione di uomini e mezzi l'esercito regolare nordvietnamita e le bande Viet Cong riuscirono a costringere americani e sudvietnamiti sulla difensiva con una serie di offensive non vincenti ma altamente logoranti, come quella del Tet nel gennaio '68 o l'offensiva di Pasqua del 1972.

Costretti gli Stati Uniti a ritirare le proprie truppe a fronte di perdite ingentissime i nordvietnamiti poterono dilagare agevolmente nel Vietnam del Sud espugnandone la capitale Saigon il 30 aprile 1975. Fu la vittoria che consacrò Giap tra i massimi strateghi della storia  mito vivente dei movimenti antimperialisti. Si dedicò dagli anni settanta ad una vasta produzione letteraria e manualistica ricoprendo al contempo anche il ruolo di Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa e rimanendo il principale punto di riferimento delle gerarchie comuniste anche dopo aver abbandonato per motivi di salute tutte le cariche nel 1982. Negli ultimi anni, emarginato dal regime e ridotto nel ruolo di "monumento vivente", fu contrario alle svolte riformiste ed eccessivamente filocinesi della nuova dirigenza vietnamita impegnandosi anche in una campagna a difesa dell'ambiente e delle foreste del paese asiatico contro l'incontrollato sviluppo urbano e industriale degli anni duemila. 

martedì 2 aprile 2013

Il sarto di Pyongyang


Nel commentare questa foto, pubblicata a tutta pagina, Giampaolo Visetti su Repubblica dell'11 marzo scrive: "L'ultimatum di Kim Jong-un scade oggi e il dramma del "giovane leader" è che lui è anche l'unico che sembra prenderlo sul serio. La sua immagine in una trincea sull'isola di Ma, con il cappotto verde da generale, il binocolo attaccato agli occhi e un attendente-bambino alle spalle, ha fatto il giro del mondo. Pare impossibile che questa misteriosa caricatura di tondetto dittatore, con le tempie rasate e una cresta a metà tra Balotelli e Psy, sia sul punto di scatenare il primo conflitto nucleare globale". Confesso di aver tirato un cazzotto sul giornale mentre leggevo, è pur vero infatti che Kim Jong-un sia da anni un Daejang, cioè Generale d'Esercito, e che da sia comandante supremo dell'Esercito Popolare Coreano, ma non c'è bisogno certo d'essere un esperto di uniformologia per capire che quello che indossa è un "semplice" cappotto civile privo di qualunque distintivo militare. Come si possa scrivere una castroneria simile su una immagine che è proprio lì sotto il naso resta un mistero, anche se, rileggendo l'articolo, si comprende meglio il perchè dell'errore. E' un pezzo che sconfina nel giornalismo militante e abbandona sin da subito il ruolo di cronaca, infatti ciò preme all'articolista non sono i fatti (seppur avesse indossato un soprabito giallo a pois per lui sarebbe cambiato poco) ma piuttosto la propria opinione, il proprio intento di descivere il personaggio come un dittatore da operetta, di screditarlo e ridicolizzarlo. Abbiamo capito che a Visetti Kim Jong-un piace poco e che i suoi propositi bellicosi gli piacciono ancora meno, ma perchè dobbiamo sorbirci la riflessione sul "tondetto dittatore" e la descrizione semiseria della sua pettinatura? Cosa aggiungono al fatto in sé? Direi che aggiungono molto poco, tanto quanto l'inutile pennellata emozionale sul presunto "attendente-bambino", chissà come fa Visetti a sapere che è l'attendente del dittatore e come fa a conoscerne l'età.

Così quel cappotto, così diverso dai soprabiti che in molte altre foto si vedono indossati dai generali nordcoreani, diventa il pretesto per attrbuire ad un personaggio poco amato la qualifica di dittattore-cattivone-buffone che tanto piace ad una vasta parte della stampa con buona pace dei fatti veri.