mercoledì 7 gennaio 2015

Camillo Ruggera, il soldato che visse tre volte


Personaggio semisconosciuto che ha attraversato oltre vent'anni di storia europea partecipando ad entrambi i conflitti mondiali con ruoli che lo hanno portato ad essere in prima persona nei momenti in cui si scriveva la storia.
Camillo Ruggera nacque nel 1887 a Predazzo, nel Tirolo austriaco, da una famiglia italiana, figlio di un sott'ufficiale della Gendarmeria originario di Zara e di una madre trentina. Fu avviato sin da giovanissimo alla carriera militare frequentando la scuola di guerra di Vienna dalla quale uscì nel 1904 col grado di Alfiere per poi essere incorporato nell'Imperial Regio Esercito austro-ungarico, nel quale si mise immediatamente in luce conseguendo in appena dieci mesi la promozione a sottotenente. Trasferito in seguito alla divisione "Adige" fu protagonista di una fulminea e brillante carriera in seno ai Kaiserjager, i cacciatori imperiali tirolesi, nei cui ranghi raggiunse la promozione a capitano all'inizio del 1915 e con cui partecipò alla Prima Guerra Mondiale. Nella Grande Guerra fu dapprima membro della missione austriaca in Turchia, poi partecipò alle operazioni sul fronte italiano venendo gravemente ferito nel corso dei combattimento sull'Isonzo, ferita che lo costrinse ad lunga convalescenza di oltre un anno. A partire dall'aprile del 1917,come Capitano di Stato Maggiore, entrò a far parte del Comando Supremo dell'Esercito, in seno al quale svolse un intenso lavoro in preparazione della dodicesima Battaglia dell'Isonzo che portò all'offensiva su Caporetto nell'ottobre '17, fu poi uno degli estensori del piano di attacco sul Piave nel giugno 1918, passato alla storia come "Battaglia del Solstizio". Nella fredda mattina del 29 ottobre 1918 fu a capo della delegazione austriaca  che passò le linee italiane a Serravalle d'Adige per consegnare la richiesta di armistizio da parte dell'Austria. Pochi giorni dopo prese parte alle trattative che portarono all'Armistizio di Villa Giusti del 3 novembre, assieme al generale Viktor Weber von Webenau, ai colonnelli Schneller e von Nyékhegyi, al Tenente Colonnello Viktor von Seiller ed agli ufficiali di Marina Johannes von Liechtenstein e Zwierkowski.
Finita la guerra continuò la carriera nell'esercito austriaco conseguendo la promozione a Tenente Colonnello nel 1921 e nel 1928 al grado di Colonnello, nel corso degli anni '20 fu membro di diverse commissioni diplomatiche e tra il 1928 e il 1929 fu consulente del Ministero Federale dell'Esercito per poi ritornare a ruoli operativi ricoprendo la carica di Capo di Stato Maggiore della Terza Brigata di Fanteria dal 1929 al 1932. Nel 1933, designato Conservatore dell'Archivio di Guerra, si dimise da tutti gli incarichi, dichiarando successivamente di disapprovare la politica del cancelliere Engelbert Dolfuss. Già da tempo infatti Ruggera era tra i capi militari che avevano aderito al Partito Nazional Socialista Austriaco, adoperandosi intensamente per l'Anschluss, la riunificazione di Germania e Austria sotto il governo del Reich. Fu per alcuni anni comandante delle SA austriache prima di rientrare nei ranghi dell'esercito nel 1938 con il grado di GeneralMajor, venendo in seguito destinato allo Stato Maggiore della Luftwaffe. Fino al 1940 fu comandante della Seconda Regione Area di Posen e nel dicembre di quell'anno fu promosso General der Flakartillerie, con questo grado dal 1941 al 1942 fu nominato Ispettore Generale delle difese antiaeree presso il comando di Düsseldorf. Fu congedato definitivamente dal servizio attivo il 30 novembre 1942 ritirandosi a vita privata, morì il 27 gennaio del 1947 per un attacco cardiaco nella propria residenza bavarese nella cittadina di Hof an der Saale.

Camillo Ruggera fu prima d'ogni altra cosa un soldato, un militare, educato sin dall'infanzia alla religione del dovere marziale, una linea di condotta alla quale rimase fedele per tutta la propria esistenza. Non ebbe lo slancio del condottiero e giocò un ruolo spesso da comprimario pur negli avvenimenti di enorme portata storica nei quali fu coinvolto (secondo la testimonianza di Giovanni Battista Tremer, uno scienziato trentino che nel 1915 si arruolò volontario nell'esercito italiano e fu membro della commissione di armistizio, durante le trattative egli "non aprì mai bocca"), ma fu ufficiale coraggioso e dotato di grande dedizione che costruì una carriera lenta ma prestigiosa in ben tre eserciti. Politicamente fu sempre un uomo d'ordine e un conservatore, marziale anche nelle scelte ideologiche, per questo negli anni '30 vide nell'unione tedesco-austriaca la restaurazione di quel mondo di ideali patriottici e tradizioni militari a cui sentiva di appartenere. Forse menomato dalle sue origini italofone, sicuramente perché capace esecutore ma privo di slanci ambiziosi, non ebbe ruoli politici di rilevo nel Reich riunificato pur essendone stato una dei promotori da parte austriaca, accontentandosi di riprendere la carriera in uniforme a lui più congeniale, si ritrovò però a gestire il fondamentale settore della difesa antiaerea, in un periodo, i primi anni '40, in cui la superiorità aerea tedesca era ancora forte. Fu sfiorato, ma lasciato praticamente indenne, dall'epurazione post-bellica. Un personaggio non molto complesso, poco conosciuto, militare a tutto tondo, che seppe affrontare con rettitudine, dignità e dedizione tutti i rivolgimenti della prima metà del '900.

venerdì 19 dicembre 2014

Caso marò: la Pinotti batte un colpo

La Corte Suprema Indiana ha dichiarato irricevibili le richieste avanzate dalla difesa dei due marò Latorre e Girone, miranti ad ottenere un prolungamento di quattro mesi della libertà provvisoria per convalescenza di Massimiliano Latorre, attualmente in Italia per curarsi dopo un ictus, ed una licenza straordinaria natalizia per Salvatore Girone. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti, dopo mesi di torpore sulla vicenda, ha improvvisamente tuonato, facendo eco al rammarico del Capo dello Stato: "E' una decisione grave che non ci aspettavamo. Siamo vicini ai nostri militari e come Italia pensiamo a come rispondere". Le condizioni di Latorre continuano a destare preoccupazione tra i medici, che non escludono a breve di sottoporlo ad un intervento chirurgico, anche per questo motivo il ministro, forte del parere dei medici curanti, ha ribadito che: " Latorre si deve curare qui in Italia e non vedo quindi come possa tornare in India. Noi non ci muoviamo da questa posizione". Un incoraggiante seppur tardivo cambio di rotta quello della titolare della Difesa che ridesta con un sussulto la fino ad ora passiva e scombinata reazione italiana alle illegalità ed ai soprusi del governo indiano. Entro breve le diplomazie dei due paesi, che recentemente stanno intensificando i propri incontri, potrebbero pervenire alla formulazione di una proposta di risoluzione condivisa della vicenda che poggi inevitabilmente su di un impegno di reciproca opportunità politica. Latorre e Girone intanto si apprestano a vivere l'ennesimo Natele anomalo.

sabato 6 dicembre 2014

Gli eserciti balcanici nella Prima Guerra Mondiale

E' uscito da qualche mese, nella collana Biblioteca Arte Militare della Libreria Editrice Goriziana, la traduzione in italiano di Armies in the Balkans 1914-18 di Nigel Thomas e Dusan Babac, pubblicato per la prima volta nel 2001 per la Osprey Pubblishing. Con il titolo italiano "Gli eserciti balcanici nella Prima Guerra Mondiale", risulta opportunamente tempestivo nell'anno di avvio delle commemorazioni per il Centenario della Prima Guerra Mondiale. Il testo, in un centinaio di pagine, fornisce un rapido resoconto delle operazioni condotte nel complesso scenario dei Balcani a partire dall’assassinio a Sarajevo dell'Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e la conseguente invasione della Serbia da parte dell'esercito austroungarico, fino alla fine del conflitto attraverso quattro anni di intensi combattimenti che videro impegnati, oltre agli eserciti austriaco e serbo, anche quelli tedesco, ottomano, montenegrino, albanese, britannico, francese, italiano, russo, bulgaro, greco e rumeno. Una enorme partecipazione di uomini e mezzi che solitamente viene oscurata dal ricordo delle contemporanee battaglie sul fronte occidentale e su quello italiano. Avvalendosi di ben 24 tavole a colori dell'ottimo illustratore Darko Pavlovic, con oltre 30 fotografie d'epoca e diverse tabelle sono presentati molti degli eserciti poco conosciuti della Grande Guerra, con l'aggiunta di 5 tavole in bianco e nero raffiguranti gli attributi delle uniformi. Sono ben descritte la varie sfumature di feldgrau austriaco, le caratteristiche calzature in pelle tradizionali bulgare, indossate anche in combattimento, l'organizzazione delle trincee greche in cui spiccano le pittoresche tenute degli Euzoni. Un valido contributo ai lettori italiani sullo svolgersi delle vicende su un fronte, in apparenza secondario, che vide un impegno determinante delle forze armate italiane.

giovedì 13 novembre 2014

L'ultimo volo dell'asso

 
Addio a Luigi Gorrini, Medaglia d'Oro al Valor Militare, ultima leggenda vivente dei piloti da caccia della Seconda Guerra Mondiale. Si è spento l'8 novembre presso l'ospedale di Piacenza.



È morto all’età di 97 anni l’ultimo «asso» dell’Aeronautica. Aderì alla Rsi: «Volevo proteggere le città del Nord Italia dai bombardamenti indiscriminati»

 
Nell’Aeronautica militare italiana era una specie di leggenda: l’ultimo degli «assi» - e a detta di tanti il migliore - del cielo. Luigi Gorrini, questo il suo nome, si è spento a Piacenza, all’età di 97 anni. Durante la Seconda guerra mondiale abbattè 24 aerei, a sua volta fu abbattuto 5 volte, lanciandosi con il paracadute e restando vivo, nonostante gravi ferite, grazie a circostanze che ebbero del miracoloso. Atterrando su stagni e chiome di alberi che attutirono la violenza dell’impatto.
 
«Con Salò perché volevo difendere le città dai bombardamenti»
 
Meglio chiarirlo subito: gli aerei abbattuti erano tutti inglesi e americani, Spitfire, Mustang, Lightning, Fortezze volanti. Perché dopo l’8 settembre Gorrini, senza esitazioni, lasciò la Regia Aeronautica per volare sui caccia della Repubblica Sociale di Salò. Un’adesione spiegata così: «Dopo aver volato per tre anni fianco a fianco con i piloti tedeschi, sulla Manica, in Nord Africa, Grecia, Egitto, Tunisia e - infine - sulla mia patria, avevo fatto amicizia con alcuni di loro... non volevo fare la banderuola, per dire così, e forse sparare sui miei amici tedeschi. Inoltre, volevo proteggere le città del Nord Italia dai bombardamenti indiscriminati, per quanto possibile».

Ufficiale solo dopo la pensione
 
Gorrini entrò in Aeronautica giovanissimo. Pilota sottufficiale. Ufficiale lo diventò soltanto dopo la pensione, nel 1979. Finita la guerra, era rientrato nei ranghi dell’Aeronautica militare nonostante l’opposizione iniziale del comando alleato, che non aveva dimenticato come l’aviatore italiano pareva aver fatto quasi un fatto personale di quei duelli in cielo contro i caccia di Raf e Air Force. Volando con le insegne di Salò, Gorrini abbattè diversi bombardieri in missione nel Nord Italia. «Inventò» una tecnica di attacco che gli valse l’ammirazione della Luftwaffe dalla quale ricevette anche due Croci di guerra. In sostanza, superava la quota di volo dello stormo avversario per poi buttarsi giù in picchiata a tutta velocità, quasi come un kamikaze, individuando il bersaglio che cercava di colpire avendo a disposizione solo una manciata di secondi. Manovra che terrorizzava i mitraglieri avversari ma che per il pilota era rischiosissima, aumentando il rischio collisione con i bombardieri.
 
Alessandro Fulloni tratto da Il Corriere della Sera
 
 
La motivazione della Medaglia d'Oro:
«Audacissimo cacciatore del cielo, già distintosi per l’abbattimento di due aerei avversari, faceva rifulgere ancora le sue eccezionali qualità di combattente indomito, attaccando sempre e dovunque il nemico. In 132 combattimenti aerei col fuoco inesorabile delle sue armi abbatteva numerosi grossi bombardieri e ne colpiva efficacemente un numero ancora maggiore, prima di essere a sua volta abbattuto. Salvatosi col paracadute, ustionato ma non domo, tornava con coraggio inesauribile ad avventarsi contro l’avversario continuando a conseguire brillanti successi con l’abbattimento e il danneggiamento di altri aerei. Ineguagliabile esempio di ardimento e di dedizione alla Patria. » 
Cielo dell’A.S.I. - Egitto - Grecia - Italia, 3 giugno 1941 - 31 agosto 1943.
 
Gorrini era insignito inoltre di due Medaglie di Bronzo al V.M. concesse dalla Repubblica Sociale Italiana, tre Croci al Merito di Guerra e della Croce di Ferro tedesca di I e II Classe. Era Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica. Nato ad Alseno, in provincia di Piacenza, il 12 luglio 1917, dall'11 novembre riposa accanto all'amata moglie Luisa nel cimitero di Castelnuovo Fogliani.
 
Oltre al Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare, ha voluto esprimere il suo personale cordoglio alla famiglia anche il Presidente della Repubblica:
 
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa la notizia della scomparsa della Medaglia d'Oro al Valor Militare, Luigi Gorrini, ha espresso ai familiari il sentito cordoglio ricordando il valoroso aviatore che ha servito la Patria con onore e spirito di sacrificio.
Il Capo dello Stato ha altresì inviato al Presidente del Gruppo Medaglie d'Oro al Valor Militare, Generale Umberto Rocca, un messaggio nel quale sottolinea la dedizione e il senso del dovere di Luigi Gorrini. Roma, 11 novembre 2014
 
In occasione di una recente visita al 18° Gruppo Caccia, Luigi Gorrini pronunciò queste parole che valgono quale suo testamento spirituale:
 
"Bruciammo la nostra giovinezza ma obbedimmo. I nostri caduti sono testimoni della nostra fede, della nostra passione, del nostro credo. A questo Gruppo, ho dato gli anni verdi della mia giovinezza che allora si viveva in un'altra dimensione. 212 combattimenti, 24 vittorie aeree individuali, 5 lanci con il paracadute. Cose che rifarei per un'Italia migliore".

Cordoglio per la scomparsa dell'Asso della Caccia Gorrini

Secolo d'Italia
 

venerdì 31 ottobre 2014

Ferruccio Brandi: Presente!


Esattamente due mesi fa, il 31 agosto, moriva nella sua casa di Bolzano il Generale di Corpo d'Armata Ferruccio Brandi, Medaglia d'Oro al Valor Militare e reduce della battaglia di El Alamein. Il Generale Brandi era nato a Trieste il 9 novembre del 1920, alla fine degli anni '30 aveva iniziato la carriera nel Regio Esercito ottenendo nel 1940 la nomina a Sottotenente, in quello stesso anno effettuò il corso di paracadutismo alla scuola di Tarquinia e fu destinato al 187° Reggimento paracadutisti con l'incarico di comandante di plotone. Nel 1942 la Divisione Folgore, cui apparteneva il 187°, fu destinata al fronte dell'Africa settentrionale di rincalzo all'offensiva italo-tedesca, in questo periodo la Folgore fu coinvolta nell'epico scontro di El Alamein scrivendo pagine luminose di gloria. Lo stesso Brandi fu protagonista di quell'epopea partecipando, tra il 23 e il 25 ottobre del 1942, alla testa del III plotone della 6ª Compagnia "Grifo" del II Battaglione Paracadutisti, alle operazioni tra  Deir El Munassib e Quota 105, meritando una Medaglia d'Ora al Valor Militare che gli fu conferita con la seguente motivazione:
 
« Comandante di plotone paracadutisti, attaccato da preponderanti forze corazzate, rincuorava ed incitava col suo eroico esempio i dipendenti a difendere a qualsiasi costo la posizione affidatagli. Sorpassato dai carri, raccolti i pochi superstiti, li guidava in furioso contrassalto, riuscendo a fare indietreggiare le fanterie avversarie seguite dai mezzi corazzati.  Nuovamente attaccato da carri, con titanico valore, infliggeva ad essi gravi perdite ed, esaurite le munizioni anticarro, nello estremo tentativo di immobilizzarli, si lanciava contro uno di questi e con una bottiglia incendiaria lo metteva in fiamme. Nell'ardita impresa veniva colpito da raffica di mitragliatrice che gli distaccava la mandibola; dominando il dolore si ergeva fra i suoi uomini, e con la mandibola penzolante, orrendamente trasfigurato, con i gesti seguitava a dirigerli, e ad incitarli alla lotta, tra fondendo in essi il suo sublime eroismo.
Col suo stoicismo e col suo elevato spirito combattivo salvava la posizione aspramente contesa e, protraendo la resistenza per più ore, oltre le umane possibilità, s'imponeva all'ammirazione dello stesso avversario. I suoi paracadutisti, ammirati e orgogliosi, chiesero per lui la più alta ricompensa
»
 
Ferito e fatto prigioniero dagli inglesi, rientrerà in Patria alla fine della guerra, riprendendo il proprio posto nei ranghi dell'esercito. Nel 1963 ottiene il primo incarico di comando con la nomina a Capo di Stato Maggiore della Brigata Fanteria "Avellino", ma il suo indomito spirito di paracadutista brama di ricongiungersi ai "fanti alati", e infatti alla fine del '63 chiese ed ottenne l'incarico di Capo di Stato Maggiore della appena ricostituita Brigata Paracadutisti Folgore, negli anni successivi sarà dapprima comandante della  Scuola Militare di Paracadutismo a Pisa e poi comandante del 1° Reggimento paracadutisti di Livorno. Dal 1969 al 1973 fu finalmente comandante della "sua" Brigata Folgore. Proprio durante il periodo di comando fu colpito dalla più grave e toccante tragedia occorsa alle forze armate italiana nel dopoguerra: il 9 novembre del 1971, durante un'esercitazione in ambito NATO, un aereo da trasporto con personale misto italiano e inglese si inabissò in mare a largo di Livorno, tra le secche della Meloria causando la morte di 52 militari. Lo stesso Brandi, che partecipava a quell'esercitazione, si prodigò sin dalle prime ore per prestare soccorso e rintracciare i corpi dei caduti. Dopo il congedo continuò a servire l'esercito ed i suoi soldati assumendo l'incarico di Commissario del Ministero della Difesa per le onoranze ai Caduti in guerra, negli ultimi anni si era completamente ritirato a vita privata tra gli affetti familiari, ma ancora nel 2012 era stato eletto Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia. 

lunedì 20 ottobre 2014

Iniziata la missione MIADIT in Somalia

 
 
Dopo oltre cinquant'anni dalla fine del mandato italiano in Somalia le forze armate italiane sono ritornate nel paese del corno d'Africa per una missione addestrativa del nuovo corpo di polizia somala. Dai primi giorni del mese di ottobre 30 carabinieri hanno avviato il modulo addestrativo MIADIT, acronimo di Missione Addestrativa Italiana, per la formazione di circa 150 reclute della polizia somala, fra cui otto donne, al comando del colonnello Paolo Pelosi. Il periodo di formazione durerà tre mesi comprendendo, oltre all'addestramento militare, nozioni di diritto con particolare attenzione al diritto umanitario, diritto internazionale, procedura penale ed etica militare. L'obiettivo, stabilito da un accordo bilaterale italo-somalo sotto l'egida ONU, è quello di favorire la stabilita’ e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacita’ nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di polizia somale.
 
Come già accaduto negli anni '50, è l'Arma dei Carabinieri ad aver fornito il personale militare della missione ed ad aver curato l'addestramento della polizia locale. L'Arma ha maturato una vasta esperienza nel settore negli ultimi anni con i buoni successi raggiunti con le missioni MIADIT a Gibuti nel 2012-2013 e MIADIT I nella primavera 2014 in Palestina. L'Italia inoltre ha fornito al personale somalo anche le uniformi, equipaggiando i partecipanti al corso delle vecchie tenute mimetiche italiane tipo "NATO-woodland".

lunedì 6 ottobre 2014

Calatafimi, la vera storia

Da qualche anno, a seguito dell'offensiva propagandistica neoborbonica e psudomeridionalistica, si è appuntata l'attenzione sugli eventi della spedizione dei Mille del 1860, rinverdendo così vecchie dicerie che attribuiscono la vittoria dei garibaldini in Sicilia alla sistematica corruzione degli ufficiali borbonici, in particolare ad essere stato "comprato" dagli unitaristi sarebbe stato il Generale Francesco Landi, comandante della colonna che affrontò Garibaldi a Calatafimi risultando sorprendentemente sconfitta. Si obbietta talvolta che le scarse e male armate forze garibaldine non avrebbero potuto avere la meglio degli agguerriti e ben più numerosi soldati duosiciliani senza il tradimento dei comandanti, ma le guerre non sono semplice esercizio di aritmetica ed è necessario tenere presenti una pluralità di fattori per raccontare correttamente la prima grande battaglia del risorgimento.

Nei giorni che seguirono lo sbarco di Marsala nel maggio 1860 un numero considerevole di volontari locali si unì alle forze garibaldine che ammontavano a circa 900 effettivi, la città di Palermo e le campagne circostanti erano infiammate da settimane dalla "rivolta della Gancia" e l'arrivo di Garibaldi era destinato proprio a sostenere il moto popolare. Bisogna precisare che la qualifica di "volontari" andrebbe contestualizzata tenendo presenti quelle che erano le dinamiche sociali della Sicilia del tempo, dominata da una feudale sudditanza di contadini e popolo minuto all'aristocrazia locale, come noterà da subito Giulio Cesare Abba, i cosiddetti volontari furono in realtà mezzadri e coloni che seguirono, per naturale obbedienza o istintivo senso di ribellione, i piccoli nobili locali divenuti liberali per antica avversione al potere centrale napoletano. La mobilitazione dei siciliani, sia pure con una superficiale adesione ideologica, fu dunque uno dei fattori determinanti per il prosieguo dell'impresa di Garibaldi, che potè contare, sin dal giorno 14 maggio, su una compagnia di rinforzo di circa 50 uomini al comando del barone Stefano Triolo di Sant'Anna, cui si aggiunsero nei due giorni successivi i volontari raccolti dal frate francescano Giovanni Pantaleo ed un nutrito reparto composto da circa 700 armati a piedi ed un drappello di cavalleria organizzati da Giuseppe Coppola, ex maggiore della Guardia Nazionale Siciliana del 1848. Gli insorti siciliani fornirono una forza complessiva difficilmente quantificabile con certezza ma che può ritenersi consistente in un numero che oscilla tra le 1000 e le 1500 unità, destinate a compiti di ricognizione e di scorta stante lo scarso armamento e l'inadeguata preparazione militare di cui disponevano. Benché si trattasse perlopiù di bande di guardiani armate con roncole, bastoni e qualche vecchio scoppio il loro numero rappresenta ugualmente un fattore importante sul campo di battaglia, anche soltanto per l'impatto visivo, al punto che il garibaldino Giuseppe Bandi descrisse così il loro raggrupparsi al termine dello scontro: "in lunghe file simili agli sciami di formiche, e in un batter d 'occhio ebbero invaso il campo". Proprio la errata valutazione dell'elemento popolare risulterà decisiva per lo svolgimento delle operazioni, infatti i rinforzi che il Luogotenente di Sicilia aveva richiesto giunsero con ampio ritardo, rendendosi disponibili a Palermo solo nella tarda serata del 14 maggio e rendendo così inattuabile il piano originario che ne prevedeva l'impiego a Marsala per il giorno precedente per operare un accerchiamento dei rivoltosi e dei garibaldini in cooperazione con la brigata del Landi.

La Colonna Landi era stata inviata in Sicilia allo scopo di sedare la rivolta e ricacciare a mare quelli che i dispacci borbonici definivano "filibustieri", gli ufficiali erano convinti di ritrovarsi di fronte poche bande di straccioni che potessero essere disperse con un paio di fucilate. In realtà le forze garibaldine erano molto più organizzate e meglio armate di quanto si crede comunemente, in esse era inquadrata una compagnia di Carabinieri Genovesi perfettamente addestrata ed equipaggiati con modernissimi fucili inglesi a canna rigata acquistati tramite una sottoscrizione popolare alla vigilia della spedizione. Questa compagnia sarà la prima, nella mattinata del 15 maggio, ad entrare a contatto di fuoco con le avanguardie borboniche del VII Battaglione Cacciatori del maggiore Michele Sforza, che saranno costretti alla ritirata dal tiro continuo, preciso ed inaspettato delle formazioni garibaldine, al contempo le squadre di "picciotti", denominate sul campo "Cacciatori dell'Etna", avevano iniziato la penetrazione nelle campagne saccheggiando anche i rifornimenti destinati alle truppe borboniche, che iniziarono a tempestare il comando di Landi di messaggi allarmati in cui si paventava il completo accerchiamento nelle campagne. Queste considerazioni convinceranno Landi che le sue truppe rischiassero seriamente di essere prese nel mezzo tra due ali nemiche tra Alcamo e Calatafimi e per questo motivo, dei circa 3000 effettivi al suo comando, inviò soltanto 2000 effettivi nella zona di Pianto Romano, dei quali i 600 della Colonna Sforza formavano il settore più avanzato, mentre oltre un migliaio di soldati furono lasciati a Calatafimi per prevenire eventuali attacchi sui fianchi o alle spalle dello schieramento. Tra l'una e le due del pomeriggio del 15 maggio iniziò lo scontro vero e proprio con il primo assalto garibaldino alle alture di Pianto Romano, le truppe borboniche sono travolte dall'impeto e costrette ad arretrare ma, riorganizzate sulla seconda altura, passano al contrattacco nel pomeriggio mettendo in crisi lo schieramento garibaldino malgrado quest'ultimo si fosse impossessato di diversi cannoni nei primi scontri della giornata. Fu a questo punto che chiamate a raccolta tutte le forze disponibili, compreso un buon numero di picciotti, Garibaldi ordinò un terzo disperato assalto (fu il momento in cui nacque la leggenda circa la frase "O si fa l'Italia o si muore!"), i rinforzi che lo Sforza aveva richiesto a Landi non giunsero mentre le colonne di picciotti di Coppola e Sant'Anna coprirono i fianchi dello schieramento garibaldino consentendo lo sfondamento nel settore centrale. Verso le 4 del pomeriggio i borbonici si ritirarono precipitosamente cedendo la vittoria a garibaldini e siciliani. Il Landi scrisse "La mia colonna à dovuto col fuoco di ritirata ripiegare sopra Calatafimi, dove mi trovo sulla difensiva, giacchè i ribelli in un numero immenso fanno mostra di volermi aggredire", è evidente che da parte borbonica vi fosse il fondato timore di essere assaliti e sopraffatti da una massa di nemici che, ben lungi dall'essere costituita da straccioni e pirati male armati, era militarmente efficiente e battagliera con alla testa ufficiali garibaldini che erano nella quasi totalità reduci delle campagne sudamericane e di quelle del del 1848. I timori del resto erano fondati, infatti il giorno 16 maggio, dopo il ritiro della Colonna Landi, le squadre di picciotti assaltarono Calatafimi e dilagarono nelle campagne di Partinico ed Alcamo. La battaglia era stata in realtà uno scontro secondario ma che divenne rapidamente epico nella fantasia popolare, alimentando l'aura mitica del genio militare di Garibaldi e l'entusiasmo dei siciliani che andarono ad ingrossare le fila delle camicie rosse fino alla presa di Palermo del 6 giugno 1860. 
Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie i centri di esuli borbonici a Roma iniziarono una costante opera di propaganda a difesa della deposta dinastia, trovando un validissimo aiuto nelle gerarchie cattoliche desiderose di combattere il "demonio garibaldino". Le prime notizie su un presunto tradimento del generale Landi  furono diffuse da Civiltà Cattolica, il giornale dei gesuiti, e poi riprese varie volte con dovizia e spesso contraddittorietà di dettagli. Nella sostanza l'accusa mossa al generale duosiciliano era di aver accettato una lettera di credito del valore di 14.000 ducati, ma la cifra varia spesso a piacimento dell'autore di turno, da emissari di Garibaldi, o inglesi a seconda della versione, per ritirarsi senza ingaggiare battaglia spianando la via alle camicie rosse. Un anno dopo i fatti, nel 1861, avrebbe tentato di riscuotere o di far riscuotere da un servitore, come sempre le versioni sono molteplici, la somma prezzo del tradimento, scoprendo però che il documento era falso e morendone di infarto. Questa scempiaggine della più retriva propaganda clericale sarebbe stata smentita dallo stesso governo di Francesco II di Borbone, infatti alla fine del 1860, dopo qualche mese di confino sull'isola di Ischia fu giudicato da una Commissione Militare borbonica assieme al maggiore Sforza (il cui reparto fece registrare a Calatafimi il più elevato numero di diserzioni) e ad altri generali incaricati della difesa della Sicilia, risultarono tutti prosciolti da ogni addebito. Il figlio, Michele Landi, che in seguito, dopo aver valorosamente servito come ufficiale dell'esercito delle Due Sicilie, transiterà nell'Esercito Italiano, portò la calunnia all'attenzione dello stesso Garibaldi che con una lettera smentì ogni ipotesi di tradimento e non risparmiò parole d'elogio alla memoria dello sfortunato generale:
"Mio caro Landi, Ricordo di aver detto sul mio ordine del giorno di Calatafimi: che non avevo veduto ancora soldati scontrarsi e combattere con più valore; e le perdite da noi sostenute in quel combattimento lo provano bene. Circa ai quattordicimila ducati ricevuti dal vostro bravo genitore in quella circostanza, potete assicurare l'impudenti giomalisti che ne insultano la memoria, che 50 mila [lire] era il capitale che corredava la prima spedizione in Sicilia e che servirono ai bisogni di quella, non per comprare generali. 
Sorte dei Tiranni... Il Re di Napoli doveva soccombere, ecco il motivo della dissoluzione del suo esercito. Ma vostro padre a Calatafimi e nella entrata su Palenno fece il suo dovere di soldato.
Dolente per quanto avete perduto, vogliate presentarni alla vostra famiglia come un amico, e credetemi con affetto, Vostro Giuseppe Garibaldi".    

La battaglia di Calatafimi, come innumerevoli altre battaglie nella storia, fu decisa da una concatenazione di eventi che favorirono il contendente più svantaggiato, ma senza che vi fossero tradimenti o corruzioni di sorta, i soldati borbonici si batterono con onore e coraggio, i loro comandanti fecero altrettanto ma furono sopraffatti da un nuovo modo di fare la guerra, una modalità assai simile alla guerriglia, che essi non concepivano e soprattutto dalla errata valutazione politica delle conseguenze che l'ennesima rivolta popolare aveva scatenato in vaste parti della Sicilia.

bibliografia
- Carlo Cataldo, Calatafimi e Garibaldi, Sarograf, Alcamo 1990
- Marcello Caroti, Garibaldi il primo fascista, YouCan Print, gennaio 2013
- Epistolario di Giuseppe Garibaldi, voI. VI, 1861 - 1862, Ist. per la Storia del Ris. Ital., Roma 1983
- Guido Landi, Il Generale Francesco Landi, Rassegna storica del Risorgimento, 1960