venerdì 9 maggio 2014

Inaugurato il Civico Museo di Storia Militare di Aversa


E' stato inaugurato lo scorso 26 aprile il Civico Museo di Storia Militare di Aversa, un nuovo polo di storia che raccoglie le memorie e le testimonianze degli uomini dell'agro aversano impegnati sui campi di battaglia di tutte le epoche. A tagliare il nastro il sindaco di Aversa Giuseppe Sagliocco alla presenza dei rappresentanti dell'associazione Gioventù Aversana che gestisce il museo e di numerose autorità civili e militari. Tra gli intervenuti il Generale dell'Aeronautica Militare Giovanni Palermo, il Colonnello Veniero Santoro comandante della scuola specialisti dell'Aeronautica Mlitare di Caserta, il Generale di Brigata Gaetano Carli pronipote della Medaglia d'Oro Giuseppe Carli, il Generale di Corpo d'Armata Domenico Cagnazzo Ispettore Regionale dell'Associazione Naz. Carabinieri, il Comandante Luigi Mosca della Polizia Penitenziaria dell'OPG "Saporito" di Aversa, il sindaco di Cesa Cesario Liguori, la professoressa Giuliana Andreozzi dell'Associazione Naz. Mutilati ed Invalidi di Guerra, il Maresciallo Giuliano Brusciano della sezione provinciale dell'Associazione del Fante.

“Il museo – ha sottolineato il primo cittadino – si propone di essere non solo una semplice esposizione di reperti ma anche un’aggiornata narrazione storica, in grado di coniugare la storia locale con gli venti e le problematiche generali dei devastanti conflitti bellici che hanno caratterizzato il secolo scorso, proponendo ai visitatori suggestioni e ambientazioni capaci di un’immediata riflessione sul concetto di guerra”.
Il curatore dell'esposizione museale, Salvatore de Chiara, ha poi guidato i presenti alla scoperta delle collezioni in mostra sottolineando come "questo museo vuole essere una risorsa per il territorio" e che, nel racconto della storia militare, "siano per noi più importanti i volti e le microstorie prima ancora delle armi". Il museo sarà aperto al pubblico il martedì ed il giovedì pomeriggio dalle 16.00 alle 19.30 ed il sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00.

Morgagni

martedì 25 marzo 2014

La legione dimenticata delle Argonne


In una recente puntata de "Il Tempo e la Storia", il programma di divulgazione storica condotto da Massimo Bernardini, dedicata a Curzio Malaparte, lo storico Francesco Perfetti nel commentare il passato di volontario garibaldino nel 1914 dello scrittore toscano liquida in due parole l'esperienza dei volontari garibaldini sul fronte francese affermando che "non svolgeranno di fatto alcuna operazione bellica" e che nello stesso stato di servizio di Malaparte tale periodo non risulta. Perfetti evidentemente ha poca dimestichezza con la burocrazia militare italiana ed ignora che gli appartenenti ai volontari garibaldini, essendo inquadrati nelle forze armate francesi, non avevano diritto alla trascrizione matricolare del servizio prestato per una nazione straniera, ancorché in seguito amica. Al di là delle minuzie burocratiche è però doveroso rendere onore alla memoria di un formidabile manipolo di combattenti che, al contrario di quanto sostiene con superficialità Perfetti, ebbe una rilevanza bellica non secondaria.

La Legione Garibaldina fu voluta da Peppino Garibaldi, figlio maggiore di Ricciotti, che riunì i fratelli Bruno, Ezio, Costante, Sante, Ricciotti Jr. e Menotti Jr e nell'autunno del 1914, dopo varie resistenze, riuscì a farsiaffidare dalle autorità francesi il comando di un reparto costituito in massima parte da italiani residenti in Francia e volontari giunti dall'Italia. Sin da subito emersero notevoli difficoltà di ordine politico, in considerazione dell'appartenenza dei volontari ad una nazione neutrale formalmente alleata della Germania e che peraltro era scossa da una crescente divisione tra neutralisti ed interventisti. Il numero di aspiranti reclute provenienti dall'Italia avrebbe consentito la formazione di una intera divisione volontaria ma, per questioni di opportunità, si scelse di limitare l'organico della Legione a soli 3 battaglioni che andarono a formare il IV Reggimento di Marcia inquadrato nella Legione Straniera, il comando fu assunto dallo stesso Peppino Garibaldi, affiancato da ufficiali francesi, col grado di Tenente Colonnello. L'organico compredeva circa 25000 effettivi, con 53 ufficiali, 155 sott'ufficiali e oltre 2000 militari di truppa, tutti equipaggiati e rivestiti di uniformi francesi sotto le quali però indossarono la tradizionale camicia rossa. La Legione fu impiegata quale reparto d'assalto ed ebbe il suo battesimo del fuoco il 21 dicembre 1914 nelle Argonne tra Belle Etoile e Bois de Bolante, dove pochi giorni dopo, il 26 dicembre, cadeva sul campo Bruno Garibaldi. Dopo un rallentamento dei combattimenti nel periodo natalizio, il 5 gennaio del 1915, riprese furiosa la seconda battaglia delle Argonne nella quale la Legione si distinse catturando un ricco bottino di armi e prigionieri. Proprio nelle prime ore di quella battaglia troverà la morte anche Costante Garibaldi. Dalla fine di gennaio, per le forti pressioni da parte del governo italiano, ansioso di non compromettere i rapporti con gli austro-tedeschi e preoccupato dalla maggioranza pacifista nel paese, il IV Régiment de Marche non fu più impiegato in prima linea e in seguito ai ripetuti interventi del comandante Peppino Garibaldi fu ufficialmente sciolto il 5 marzo 1915, in concomitanza con l'ondata di manifestazioni interventiste che si accendevano in quel periodo in Italia. Molti ex volontari si riarruoleranno nella neostituita Brigata Alpi del Regio Esercito combattendo il prosieguo della guerra al comando dei fratelli Garibaldi.

Il primo caduto fu il tenente Gregorio Trombetta, ventiseienne milanese colpito a dal fuoco amico dell'artiglieria pesante francese al Bois de Bollante il 26 dicembre 1914, in totale la Legione ebbe, in quattro mesi di scontri, 566 caduti, in gran parte sepolti nel sacrario di Bligny al termine della guerra mentre le salme dei fratelli Bruno e Costante sono state traslate al Verano. Per la cronaca, secondo accreditate ricostruzioni, l'allora sedicenne Kurt Erich Suckert (Malaparte) non prese mai parte ai combattimenti sul fronte francese ma si arruolò tra i garibaldini a Parigi nel periodo in cui la Legione fu forzatamente tenuta lontano dai combattimenti.

lunedì 3 marzo 2014

Montuori al Comando Logistico Esercito

 
 
 
Dal 28 febbraio il Generale di Corpo d'Armata Alessandro Montuori è il nuovo comandante logistico dell'esercito italiano, la cerimonia di avvicendamento con il suo predecessore, Generale Cd'A Mario Roggio, si è svolta presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione dell'esercito. Montuori, nato a Portici, è ufficiale dei bersaglieri con una lunga carriera alle spalle e, prima dell'attuale incarico, gli è stato affidato dal 2013 il Comando Formazione e Scuole d'Applicazione di Torino. Ha acquisto una vasta esperienza anche nelle missioni all'estero, in particolare nel corso delle operazioni "Iraqi Freedom" e "Antica Babilonia" in Iraq meritando la Croce d'oro al merito dell'Esercito, è insignito, tra le altre decorazioni, del grado di Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica.




martedì 4 febbraio 2014

Brava gente o bravi imbecilli?


"Italiano brava gente", film del 1965 diretto da Giuseppe De Santis, è uno dei più schifosi e inguardabili prodotti della nostra cinematografia sulle vicende della seconda guerra mondiale.Girato nei luoghi stessi in cui si verificarono gli eventi con una certa larghezza di mezzi fu una coproduzione italo-sovietica e questo spiega perchè il film sia in gran parte un prodotto di propaganda da esportazione. 

La storiella comincia (e finisce) sempre nello stesso modo: con gli allegri ed ingenui ragazzi italiani di tutte le regioni (evidentemente nessuno ha mai spiegato ai cineasti che il reclutamento avveniva perlopiù su base territoriale e si tentava di mantenere una certa omogeneità nei reparti) che vanno alla guerra canterini e sorridenti convinti che tutto finirà presto. Purtroppo per loro tra le prepotenze dei tedeschi sanguinari, gli orrori del combattimento e l'eroismo dei russi, si avvieranno presto alla disillusione attraverso un doloroso percorso di rassegnazione che li porterà alla morte nel turbine della guerra. Gli sceneggiatori sono andati a spigolare situazioni e personaggi da varie fonti, buona parte delle atmosfere è sicuramente tratta da "100.000 Gavette di ghiaccio" di Giulio Badeschi, all'epoca appena uscito, ma vi sono stati trasfusi anche pezzi tratti da la "La guerra d'Albania" di Giancarlo Fusco, un evergreen del nostro cinema di guerra che ha ispirato anche "Scemo di Guerra" (ah, i bei tempi in cui Beppe Grillo era solo un comico!) e "Le rose del deserto", confezionando un bel polpettone di scempiaggini e luoghi comuni. Eppure dieci anni prima c'era stato l'ottimo "Carica eroica" che, pur incedendo in qualche banalità di maniera, era stato un ottimo prodotto sulla Campagna di Russia, invece in questo caso, probabilmente incalzati dai commissari politici del coproduttore sovietico, gli autori italiani hanno dato libero sfogo alle idee peggiori. I personaggi sono tutti perfettamente stereotipati: il comandante italiano è un colonnello rassegnato e ligio al dovere ma giusto e comprensivo, tra i soldati c'è il romanaccio di buon cuore, il pugliese antifascista, il ragazzino innamorato (un emiliano che pare il sosia di Gianni Morandi) e il sergente napoletano vessatore e carogna. Gli ufficiali tedeschi sono tutti tronfi, sadici ed arroganti, mentre i popolani russi tutti fieri e coraggiosi come i loro soldati e loro i partigiani, gigantoni con la faccia da bravi ragazzi. Ma l'autentico capolavoro di sciocchezze si realizza con la caratterizzazione degli uomini dei Battaglioni delle Camicie Nere: De Santis è il primo, e forse l'unico, a rappresentarli in un film di guerra e lo fa dando di loro la peggiore immagine possibile. I fascisti sono tutti fanatici, ladri, vigliacchi e finanche stupratori, a partire dal loro comandante dal ridicolo nome di Ferro Maria Ferri (personaggio tratto da un altro racconticino di Giancarlo Fusco, scrittore godereccio finito sotto la censura fascista che nel dopoguerra si è vendicato raccontando il regime nel modo più caricaturale e carognesco possibile), un borbottone vigliacco e violento che addirittura finge di essere un mutilato per incutere rispetto e che si inventerà un reparto speciale a cui appioppa il nome cretinissimo di "Superarditi", evidentemente  riferimento ai Battaglioni M della Milizia, che si addestrano tutto il tempo tra cognac e cioccolata per rimanere poi comodamente nelle retrovie (peccato che nessuno abbia avvisato la produzione che la Milizia ha perso in Russia oltre il 60% dei suoi effettivi e che tra i comandanti di reparto la mortalità fu del 90% addirittura!). Fa la sua comparsata anche Peter Falk, il futuro tenente Colombo è qui un tenentino medico super-raccomandato che in una situazione ai limiti del paradossale muore da eroe, l'accento da gagà napoletano e le idiote battute di spirito a mitraglia invitano lo spettatore a prenderlo a schiaffi dopo soli tre minuti.

Come film di propaganda sovietica forse potrebbe anche andare, se non fosse che all'epoca fu strombazzata la veridicità dei luoghi e delle situazioni e che in apertura di pellicola si rammenti la "incontestabilità" dei fatti, che invece furono subito contestati da colui il quale aveva ispirato parte delle vicende narrate, il colonnello Epifanio Chiaramonti, eroe dell'ARMIR, pluridecorato al valore nonchè della Croce di Ferro tedesca, che rifiutò nettamente la ricostruzione fattane. C'è forse un unico pregio nella visione del film, esso è una sorta di compendio della rappresentazione bellica italiana, vi si ritrovano tutti gli elementi che poi saranno usati dalle produzioni successive sino alle fiction odierne, in qualche modo è stato un apripista e, una volta visto, si può star certi di essere pronti a qualsiasi bestialità successiva, visto uno visti tutti! Si fornisce così la versione da sussidiario che poi è stata costantemente ripetuta dalla cinematografia, dalla letteratura e dalla storiografia ufficiale, versione secondo la quale gli italiani in guerra furono poveri cristi rassegnati al destino cui li avevano costretti pochi fascisti esaltati e vigliacchi, buoni padri di famiglia con la lacrimuccia facile e lo spirito da compagni di paese che non avevano alcuna intenzione di combattere e pochissime abilità guerriere, brava gente illusa ed impreparata, bravi imbecilli insomma. Un siffatto racconto è al contempo rassicurante ed autoassolutorio ed ha provocato guasti ormai irreparabili nella coscienza e nella percezione collettiva.        

venerdì 17 gennaio 2014

In morte di Hiroo Onoda


Si è arreso soltanto alla morte il tenente Hiroo Onoda, il più famoso dei "soldati fantasma" giapponesi, uno degli irriducibili combattenti che per anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, continuarono a combattere contro gli americani nelle fitte foreste dell'estremo oriente. Si è spento il 16 gennaio, aveva 91 anni e da tempo si era ritirato a vita privata in Giappone dopo aver passato gli anni successivi al suo rimpatrio a raccontare la sua storia in diverse pubblicazioni e dopo aver vissuto per un periodo in sud America. 

Onoda era nato nel 1922 e, uscito col grado di tenente dalla scuola militare di Nakano, era stato inviato nel 1944 sull'isola di Lubang nelle Filippine per coordinare le forze già presenti nella guerriglia volta a ritardare l'avanzata statunitense, con l'ordine tassativo di non arrendersi. Nel settembre del 1945, rimasto con soli tre uomini, decise di non arrendersi considerando propaganda nemica l'ordine di resa diffuso dalle autorità giapponesi, continuando le azioni di guerriglia contro le popolazioni e la polizia locali. Risultò vano qualunque tentativo di rintracciare la sua unità al punto che Onoda venne dichiarato morto alla fine degli anni '50 e soltanto nel 1974, quando ormai era rimasto solo dopo la morte o la resa degli altri compagni, fu possibile stabilire un contatto con l'indomito combattente convincendolo alla resa grazie all'intervento del suo diretto superiore del periodo bellico, il maggiore Yoshimi Taniguchi. Al momento della resa innanzi al presidente filippino Marcos il tenente Onoda si presentò con lo sguardo fiero indossando ancora il proprio berretto d'ordinanza  e l'equipaggiamento da campagna e con al fianco la spada da ufficiale, fu celebrato in patria come un eroe ed è assurto a simbolo popolare della tenacia della lotta e del Bushido, il codice d'onore nipponico che ritiene altamente disonorevole qualunque forma di resa. 

mercoledì 11 dicembre 2013

Passo corto per la regina

Novità epocale nell'esercito britannico, la lunghezza del passo di marcia, per le donne, passa da 76 a 69 centimetri. La decisione del Ministero della Difesa britannico è stata generata da una sentenza che ha riconosciuto un risarcimento di 100.000 sterline a tre soldatesse della RAF che avevano intentato causa contro il Ministero per i danni fisici alla schiena ed alle articolazioni subiti per eseguire le marce con i propri colleghi uomini. Problemi fisiologici hanno invece consigliato di ridurre il passo per leformazioni femminili e, nel caso in cui le soldatesse si trovassero in formazione mista con gli uomini, saranno proprio loro a dettare la cadenza di marcia all'intero reparto. Le soldatesse di sua maestà si sono così viste riconoscere il diritto ad un diverso trattamento in seno alle forze armate...... ma come sembrano lontani i tempi in cui il soldato Jane Demi Moore rivendicava di poter essere ammessa allo stesso standard addestrativo dei suoi commilitoni maschi.

lunedì 4 novembre 2013

IV Novembre


4 Novembre 2013, 95° annuale della Vittoria - Giornata delle Forze Armate e Festa dell'Unità Nazionale