lunedì 25 settembre 2017

San Giovanni XXIII patrono dell'Esercito



San Giovanni XXIII è stato proclamato Patrono dell'Esercito, lo scorso 12 settembre l'ordinario militare d'Italia, l'arcivescovo Santo Marcianò, ha consegnato la bolla papale di nomina al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Danilo Errico. Il Pontefice santo diviene così protettore e punto di riferimento spirituale per tutti i soldati italiani.

Angelo Giuseppe Roncalli nacque nel paesino bergamasco di Sotto il Monte nel 1881, fu ordinato sacerdote nel 1904 e fu lungo insegnante presso il seminario di Bergamo, in quegli stessi anni svolse il servizio militare, restando, tra il 1901 e il 1902, nei ranghi del 73° Reggimento Fanteria, venendo congedato col grado di Sergente. Ritornerà a vestire l'uniforme nel 1915, quando, all'entrata in guerra dell'Italia, sarà richiamato e destinato all'Ospedale Militare di Riserva allestito nello stesso seminario di Bergamo nel quale insegnava. Negli anni terribili del conflitto non manca di esprimere parole pregne di patriottismo, così scrisse al fratello poco dopo i fatti di Caporetto: «molti soldati purtroppo a sentir parlare di patria scrollano le spalle, ridono, oppure bestemmiano e maledicono. Noi no. Noi facciamo il nostro dovere guardando in alto. Gli uomini che ci hanno governato e ci governano non meritano i nostri sacrifici, ma la patria oggi in pericolo li merita tutti. Gli uomini passano e la patria resta». Continuò il suo impegno a favore dei soldati e dei feriti fino alla fine del conflitto, nel corso del quale fu nominato Tenente Cappellano. Dopo la guerra intraprese una lunga e brillante carriera diplomatica ecclesiastica, finché fu nominato Patriarca di Venezia nel 1953. Fu eletto al soglio pontificio il 28 ottobre 1958, rimase Papa fino al 1963 ma, malgrado la brevità del pontificato, seppe lasciare una grande impronta di sé nella Chiesa e nel mondo. E' stato proclamato Santo della Chiesa Cattolica il 27 aprile 2014.

Nel corso della sua vita conservò sempre un vivo ricordo della propria esperienza militare e fu sempre animato da un sincero patriottismo, motivato da una forte visione spirituale. Sono questi, in particolare, gli elementi che hanno fatto propendere per la scelta del "Papa buono" quale patrono dell'Esercito, scelta peraltro altamente simbolica negli anni in cui cade il centenario della Prima Guerra Mondiale. La nomina del  nuovo patrono verrà suggellata da una solenne liturgia a San Pietro, con una nutrita presenza di militari, in occasione della prossima festa litrugica, l'11 ottobre.

mercoledì 19 luglio 2017

Agostino Sasso, l'ultimo leone di El Alamein

El Alamein è diventata sinonimo di stenti, di logoramento, di eroismo delle truppe e di impreparazione dei quadri italiani, che pur destinati ad ruolo subalterno rispetto ai reparti dell’Afrika Korps del Generale Rommel, testimoniarono un elevato valore sul campo di battaglia, riconosciuto dallo stesso nemico. Durante l’offensiva inglese, iniziata il 23 ottobre, anche le truppe più preparate furono destinate a funzioni ed a scopi secondari, diversi da quelli per i quali erano stati costituiti. E’ il caso dei reparti aviotrasportati della Folgore che videro umiliato il loro altissimo addestramento, nobilitando quella tragedia col solo sacrificio di quei combattenti che seppero adattarsi a compiti operativi meno qualificati, di solito affidati alla fanteria di linea. 

Sasso con i commilitoni ad El Alamein 

Una delle più famose fotografie di quella battaglia ritrae un gruppo di paracadutisti italiani mentre escono da una buca, in una pausa dei combattimenti. Uno dei militari, il terzo da sinistra esattamente al centro della foto, con il moschetto tra le mani, si chiamava Agostino Sasso, era nato a Pietrastornina, in provincia di Avellino, nel 1920. Durante il servizio di leva era transitato dai ranghi della fanteria alla nascente specialità paracadutisti, fu mitragliere di plotone, dopo un lungo periodo di formazione e addestramento a Tarquinia e a Pisa, si trovò nel deserto africano a fronteggiare un nemico superiore per mezzi e per capacità operativa. Nei giorni di quella guerra feracissima, nelle fasi iniziali dello scontro, scrisse anch’egli un’importante pagina di eroismo, consacrata dalla Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che gli fu concessa con questa motivazione: 

“Mitragliere, già distintosi per coraggio, nel corso di aspro combattimento contro nemico preponderante, ferito in varie parti del corpo, rifiutava di recarsi al posto di medicazione e continuava a sparare finché non veniva sopraffatto.”
El Munassib, Africa Settentrionale - 24 ottobre 1942.


Fu tra i superstiti di quella battaglia, ma dovette affrontare un periodo di prigionia prima di poter tornare in patria nel 1946. E’ inutile dire che El Alamein segnò Agostino; quell’esperienza lo fece maturare e gli diede la forza di vivere adeguatamente la vita: tornato in patria, in una nazione allo sbando economico e sociale, dovette soffrire non poco per trovare occupazione nel Corpo degli Agenti di Custodia e formarsi una famiglia, tirata su in maniera esemplare e nel rispetto dei più saldi valori morali. Con il grado di Agente, fu inviato presso la casa di cura e detenzione di Aversa, qui si stabilì definitivamente, senza mai far venir meno il suo impegno per quell’evento di cui fu giovane protagonista.  Verso la fine degli anni ottanta fu nominato presidente della federazione provinciale di Caserta dell’Istituto del Nastro Azzurro. Citato in varie pubblicazioni storiche e memorie di combattenti, per lungo tempo è invitato ai raduni dei reparti paracadutisti in servizio, ospite benvoluto, testimone e protagonista di un evento unico ed esaltante per la storia di un’Italia sempre più lontana dai valori di un vecchio soldato. Nel 2006 fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, si è spento ad Aversa nel 2013, a 93 anni.

Agostino Sasso durante l'addestramento in Italia


Salvatore Palladino

mercoledì 28 giugno 2017

Il Testamento del Capitano



Il primo conflitto mondiale rappresentò per ogni combattente coinvolto un’immane tragedia. Dal 1915 e negli anni successivi, la truppa stagnò nelle trincee per quella guerra che sembrava aver dimenticato le manovre classiche dell’arte militare e visse uno stato di sofferenza indefinito, senza la speranza di una fine che non fosse quella del logoramento.
Il canto per il soldato rappresentò una valvola di sfogo unica, capace di esprimere mutevoli e dolorosi stati d’animo, se non i disagi e le discriminazioni. In quel frangente temporale, un napoletano E. A. Mario, all’anagrafe Giovanni Gaeta, di professione impiegato delle poste, compose uno dei contributi canori sicuramente ispiratore del successo finale: con la Leggenda del Piave i combattenti marciarono alla vittoria e molti italiani la celebrarono nei decenni successivi. Ma altri numerosi inni divennero famosi in quel difficile momento storico del paese, molti dei quali nascevano da contingenze della vita di trincea o a seguito di particolari vicende, non sempre improntate all’eroismo.

Vogliamo soffermarci su uno di essi, famosissimo e proprio della tradizione corale alpina, il quale affonda invero, la sua reale origine in avvenimenti storicamente più antichi, durante i quali erano ancora lontani i tempi delle “penne nere” e delle vette alpine, e che si sono verificati nel profondo sud, ad Aversa, città attualmente in provincia di Caserta ma da sempre in prossimità di Napoli, che fu fondata dai normanni nell’XI secolo.  Al tempo del sanguinoso conflitto tra i francesi di Francesco I e le truppe imperiali di Carlo V, nel XVI secolo, fu terreno di aspra contesa armata. Nel 1528 la città era la più popolosa di Terra di Lavoro con una popolazione divisa tra l’ossequio ed il timore per i contendenti. Minacciato dalle avanguardie del Marchese Michele Antonio di Saluzzo, Capitano Generale delle Armi Francesi nel Reame di Napoli, un presidio spagnolo presente in città, opponeva una resistenza dovuta più all’orgoglio che alla speranza di vittoria, anche perché la città era dotata di mura basse e non idonee ad una difesa ad oltranza. Impossibilitato a resistere l’avamposto si vide costretto ad abbandonare la città, occupata, di seguito e rapidamente, dalle truppe oltremontane. I successivi tentativi di riconquista non sortirono effetti a causa dell’esiguo numero degli assedianti, facendo sì che essi fossero ricacciati nel sangue. Ma poco dopo, il grosso delle truppe imperiali del Principe d’Orange sopraggiungeva e vinceva la resistenza della città con le artiglierie, che rasero al suolo varie parti del perimetro murario, ferendo gravemente lo stesso Marchese di Saluzzo. Di seguito, gli aversani pregarono i francesi di richiedere una resa onorevole tendente a salvare la vita della popolazione, la città, le insegne di essa.  Il 30 agosto venivano concordati i capitoli di resa da parte delle opposte ambascerie.

Michele Antonio del Vasto, Marchese di Saluzzo

A seguito della successiva morte del Marchese di Saluzzo, avvenuta di lì a poco per le ferite riportate nel bombardamento aversano, i suoi soldati gli dedicavano un canto di elogio e  di commemorazione dal titolo Testamento del Marchese di Saluzzo.  In esso si descrive l’agonia del Comandante, che in un ultimo moto d’orgoglio manda a chiamare le truppe per passarle in rassegna. Queste rispondono al marchese che andranno da lui solo dopo aver atteso ai compiti militari, compiuti i quali si schierano per farsi passare in rivista. Durante la sfilata il comandante fa ordinare, come ultima volontà, che il suo corpo dopo la morte sia diviso in quattro parti da inviare al re di Francia, alla sua patria il Monferrato,  alla mamma ed infine alla sua donna, Margarita, la quale alla notizia per il mancato ritorno del Marchese di Saluzzo sviene per il dolore. Il canto, di per sé molto poetico e commovente, palesa un’immagine ricorrente nella poesia popolare di ogni tempo e ripropone un tema, definito da Pablo Neruda del cuerpo repartido, in cui il cantore immagina le parti del corpo del protagonista della composizione sparpagliate nel mondo a gloria di sé e della sua patria. Il canto fu di seguito rielaborato in varie versioni, ma durante la Grande Guerra fu nuovamente intonato per essere adattato alla vita di trincea e diffuso con il titolo del Testamento del Capitano.

Così le travagliate vicende storiche di quella lontana contesa tra stranieri nel meridione d’Italia, divennero causa determinante per la nascita del Testamento, uno dei canti corali ancor oggi, più conosciuti ed eseguiti dei repertori delle truppe di montagna italiane.



IL TESTAMENTO DEL MARCHESE DI SALUZZO
(Composto ad Aversa nel 1528)
Sur Capitani di Salusse
L’a’ tanta mal ch’a murira’.
Manda ciame’ sur Capitani,
Manda ciame’ li so solda’;
Quand ch’a l’avran munta’ la guardia
O ch’andeisso un po’ a vede’.

I so solda’ ja’n fait
Ch’a l’’an l’arvista da passe’
Quand ch’a l’avran passa’ l’arvista
Sur Capitani andio vede’.

<<Coza comand lo Capitani,
Coza comand ai so solda’?>>.
<< V’aricomand la vita mia
che di quat part na debie’ fa’.

L’e’ d’una part mande’ la an Fransa
E d’una part sul Munferrà.
Mande’ la testa a la mia mama
Ch’a s’aricorda del so prim fiol.
Mand’ i Corin a Margarita
Ch’a s’aricorda del so amur>>

La Margarita in su la porte
L’e’ cascà in terra di dolur.

IL TESTAMENTO DEL CAPITANO
(Intonato dalle truppe di montagna italiane)
Il capitan della Compagnia
 è ferito, sta per morir.
Manda a dire ai suoi alpini
Che lo vengano a ritrovare.

I suoi alpini gli mandano a dire
Che non hanno scarpe per camminare:
<<O con le scarpe o senza scarpe
 i miei alpini li voglio qua>>.
<<Cosa comanda Signor Capitano
che noi alpini siamo arrivati?>>.

<<Ed io comando che il mio corpo
 in cinque pezzi sia tagliato
.
Il primo pezzo alla mia patria,
il secondo pezzo al Battaglion;
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliuol.

Il quarto pezzo alla mia bella
Che si ricordi del suo primo amor,
l’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior>>. 

Salvatore Palladino

domenica 30 aprile 2017

La riforma dei gradi sfascia i militari


“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.

Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.

Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.

La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.

Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.

Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.

Salvatore Sfrecola

tratto da La Verità, 18 aprile 2017, pag. 18 www.unsognoitaliano.it

mercoledì 22 febbraio 2017

L'esercito siciliano di Vittorio Amedeo II

Vittorio Amedeo II di Savoia

Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia dal 1675, ottenne il titolo di Re di Sicilia dopo una lunga trattativa con gli emissari di Filippo V, il quale pose numerose condizioni per la cessione dei domini siciliani, che portò alla firma dell’atto di cessione il 13 luglio del 1713. Per la prima volta dal 1409 il Regnum Siciliae riacquistava la propria indipendenza politica e la propria fisionomia territoriale. Il programma del sovrano sabaudo era ambizioso, dopo aver ricostruito e difeso per gran parte della sua vita il ruolo e l’indipendenza del piccolo stato subalpino, Vittorio Amedeo era intenzionato alla edificazione di un regno di rilevanza europea che ne avrebbe definitivamente consacrato il prestigio.

Ufficiali del Reggimento Real Marina nel 1714

L’opera di riordino del Regno, oltre ad incidere profondamente sulla fisionomia della amministrazione su caratteri propri dei domini piemontesi, toccò particolarmente  anche la organizzazione militare del Regno.  L’esercito fu organizzato anch’esso sul modello piemontese:  il fulcro era costituito dai Reggimenti di ordinanza nazionale, su più battaglioni perennemente mobilitati e posti direttamente alle dipendenze del sovrano in campagna, ad essi si aggiungevano i Reggimenti provinciali, articolati su un battaglione solo, posti di guarnigione territoriale in ciascuna provincia dello stato. Al suo arrivo  Vittorio Amedeo  aveva portato con sé un piccolo esercito di seimila effettivi, che comprendeva il reggimento di cavalleria Dragoni di Piemonte, sei battaglioni di fanteria nazionale piemontese ed un reggimento svizzero, ma nel corso del 1714 vennero costituite nuove unità interamente siciliane, poste al comando della migliore aristocrazia locale: il principe Giuseppe Alliata di Villafranca ebbe il comando della Compagnia Siciliana Guardie del Corpo, il reggimento di fanteria Valguarnera-Sicilia fu affidato al principe Francesco Saverio di Valguarnera, il Reggimento Gioeni fu costituito direttamente da Francesco Gioeni dei duchi d’Angiò. Queste forze imponenti furono impiegate principalmente nel ristabilimento dell’ordine interno, con una dura campagna contro il brigantaggio che minacciava le città interne e la sicurezza delle comunicazioni nell’entroterra. La Marina da guerra era invece destinata ad operare in contrasto alla pirateria barbaresca che infestava le rotte del Mediterraneo meridionale,  l’obbiettivo più stringente era infatti la salvaguardia delle coste siciliane e la tutela dei collegamenti tra Palermo e Villafranca di Nizza, la piccola base navale piemontese. Nel 1717 fu emanato il primo “Regolamento della Marina”. Nel complesso, la Reale marina siciliana fu composta originariamente da quel che restava della squadra navale ceduta dalla Spagna, con una sola galera, la Militia, in ordine di battaglia, ed un battaglione piemontese di marina, poi, tra il 1716 e il 1717, a Palermo furono varate altre cinque galere e tre velieri, che andarono a costituire l’ossatura della flotta. Questa operò di concerto con la Marina mercantile, al cui potenziamento, per sostenere i traffici commerciali verso la Francia e verso oriente, furono dedicate ingenti risorse.

  Annibale Maffei, Viceré di Sicilia

Lo spirito irrequieto dei siciliani risultava difficilmente conciliabile con le esigenze di controllo e di normalizzazione proprie della mentalità sabauda, inoltre, le mire di Filippo V di Spagna di ristabilire la propria influenza sulla penisola italiana, rendevano instabile la permanenza dei Savoia in Sicilia, per di più nella fragilità della pace europea. Gli equilibri furono rotti nel giugno 1718, quando una potente armata spagnola invase l’isola potendo contare sull’appoggio di gran parte della nobiltà locale, la rapida avanzata degli spagnoli contro le esigue forze siciliano-piemontesi scatenò la sollevazione delle corporazioni commerciali palermitane, desiderose di veder tutelati gli antichi privilegi, che costrinsero alla fuga il governo vicereale. Incaricato del comando supremo delle forze piemontesi sull'isola fu il conte Annibale Maffei, Generale dell'esercito ducale che si era già messo in luce, da giovane ufficiale, durante la battaglia di Staffarda, e che era stato nominato Vicerè di Sicilia nel 1713, con il grado militare di Gran Maestro d'Artiglieria. Mentre numerose città caddero in mano spagnola, Vittorio Amedeo affidò l’estrema resistenza del proprio Regno alle forze della Grande Alleanza,  che condusse una lunga guerra in terra siciliana fino al 1720. 

L’impossibilità di conservare il difficile dominio e l’opposizione dell’Inghilterra, che con la sua flotta era stata determinante nella battaglia di Capo Passero per la sconfitta degli spagnoli, convinsero Vittorio Amedeo II a rinunciare alla corona di Sicilia in cambio del Regno di Sardegna. Il sovrano sabaudo maturò la consapevolezza che il suo Stato non era ancora pronto ad assumere il ruolo di grande potenza mediterranea che risultava quale corollario del possesso della Sicilia.

mercoledì 21 dicembre 2016

Capitano dei Carabinieri, 1923



L'ufficiale dell'illustrazione è un Capitano con indosso l'uniforme ordinaria modello 1900, introdotta quale uniforme di servizio e di campagna. Giubba e pantaloni sono in colore turchino scuro, anche se talvolta il colore reale adoperato era un vero un proprio nero. La giubba ha la bottoniera coperta ed il petto è attraversato da un doppio gallone di passamaneria nera che copre anche i taschini superiori, il collo è ornato dagli alamari ricamati in filo d'argento, le spalline, filettate di rosso, recano i distintivi di grado, costituiti da tre stellette argentate. I pantaloni corti da cavallo recano all'esterno la pistagna rossa singola tipica degli ufficiali dei Carabinieri, e sono infilati negli stivali alti. Sotto la divisa indossa la camicia bianca con colletto dritto amovibile. Il berretto è il chepì anch'esso in panno turchino scuro sul quale spicca il tipico fregio con la granata fiammeggiante, ricamato in oro ed argento i gradi sono rappresentati da tre galloni argentati che girano attorno a tutto il copricapo. Guanti in cuoio naturale e frustino completano la dotazione. Questa tipologia di uniforme fu sospesa nel 1915 al momento dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, sostituita dalle tenute grigioverdi, ma fu ripristinata nel 1923 rimanendo in uso, sia pure con talune variazioni, per dieci anni, fino all'introduzione delle nuove uniformi "modello Baistrocchi" nel 1933.

Illustrazione di Giorgio Cantelli
tratta da V. Pezzolet "Rosso, Argento e Turchino" - Vol. 3, Ente editoriale Arma dei Carabinieri, Roma 2001

mercoledì 30 novembre 2016

La Marina testa il missile Aster 30


Lo scorso 22 novembre la Marina Militare Italiana ha lanciato per la prima volta un missile Aster 30 telemetrico. Il lancio è stato effettuato dalla fregata Bergamini, presso il poligono sardo di Salto di Quirra, ed è stato un successo secondo quando hanno riferito i vertici della Marina. Il lancio rientra nel programma missilistico terra-aria di auto-difesa estesa SAAM ESD, volto a qualificare il sistema missilistico e gli equipaggi, e si concluderà all'inizio del 2017 testando la modalità integrata di lancio con il sistema di combattimento di bordo. Il sistema missilistico Aster 30 rappresenta un vanto dell'alta tecnologia dell'industria nazionale della difesa, è prodotto sotto la responsabilità della società italiana MBDA IT,  ed è composto da un calcolatore AGIS per le funzioni di comando e controllo, da un radar multifunzione attivo MFR-A (Multi Function Radar – Attivo) per le funzioni di ricerca, scoperta e tracciamento bersagli, da un sistema guida missili e dal gruppo di due moduli di lancio verticale Sylver A-50. Il sistema SAAM ESD  - acronimo di Surface to Air Anti Missile System Extended Self Defence - una volta entrato pienamente a regime, consentirà di innovare ed ampliare il concetto di autodifesa della singola unità addetta al lancio, estendendo le funzioni anche alla difesa di altre unità, come nel caso di un gruppo navale impegnato in attività operativa congiunta.