San Giovanni XXIII è stato proclamato Patrono dell'Esercito, lo scorso 12 settembre l'ordinario militare d'Italia, l'arcivescovo Santo Marcianò, ha consegnato la bolla papale di nomina al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Danilo Errico. Il Pontefice santo diviene così protettore e punto di riferimento spirituale per tutti i soldati italiani.
Angelo Giuseppe Roncalli nacque nel paesino bergamasco di Sotto il Monte nel 1881, fu ordinato sacerdote nel 1904 e fu lungo insegnante presso il seminario di Bergamo, in quegli stessi anni svolse il servizio militare, restando, tra il 1901 e il 1902, nei ranghi del 73° Reggimento Fanteria, venendo congedato col grado di Sergente. Ritornerà a vestire l'uniforme nel 1915, quando, all'entrata in guerra dell'Italia, sarà richiamato e destinato all'Ospedale Militare di Riserva allestito nello stesso seminario di Bergamo nel quale insegnava. Negli anni terribili del conflitto non manca di esprimere parole pregne di patriottismo, così scrisse al fratello poco dopo i fatti di Caporetto: «molti soldati purtroppo a sentir parlare di patria scrollano le spalle, ridono, oppure bestemmiano e maledicono. Noi no. Noi facciamo il nostro dovere guardando in alto. Gli uomini che ci hanno governato e ci governano non meritano i nostri sacrifici, ma la patria oggi in pericolo li merita tutti. Gli uomini passano e la patria resta». Continuò il suo impegno a favore dei soldati e dei feriti fino alla fine del conflitto, nel corso del quale fu nominato Tenente Cappellano. Dopo la guerra intraprese una lunga e brillante carriera diplomatica ecclesiastica, finché fu nominato Patriarca di Venezia nel 1953. Fu eletto al soglio pontificio il 28 ottobre 1958, rimase Papa fino al 1963 ma, malgrado la brevità del pontificato, seppe lasciare una grande impronta di sé nella Chiesa e nel mondo. E' stato proclamato Santo della Chiesa Cattolica il 27 aprile 2014.
Nel corso della sua vita conservò sempre un vivo ricordo della propria esperienza militare e fu sempre animato da un sincero patriottismo, motivato da una forte visione spirituale. Sono questi, in particolare, gli elementi che hanno fatto propendere per la scelta del "Papa buono" quale patrono dell'Esercito, scelta peraltro altamente simbolica negli anni in cui cade il centenario della Prima Guerra Mondiale. La nomina del nuovo patrono verrà suggellata da una solenne liturgia a San Pietro, con una nutrita presenza di militari, in occasione della prossima festa litrugica, l'11 ottobre.
El
Alamein è diventata sinonimo di stenti, di logoramento, di eroismo delle truppe
e di impreparazione dei quadri italiani, che pur destinati ad ruolo subalterno
rispetto ai reparti dell’Afrika Korpsdel
Generale Rommel, testimoniarono un elevato valore sul campo di battaglia, riconosciuto
dallo stesso nemico. Durante
l’offensiva inglese, iniziata il 23 ottobre, anche le truppe più preparate
furono destinate a funzioni ed a scopi secondari, diversi da quelli per i quali
erano stati costituiti. E’ il caso dei reparti aviotrasportati della Folgore
che videro umiliato il loro altissimo addestramento, nobilitando quella
tragedia col solo sacrificio di quei combattenti che seppero adattarsi a
compiti operativi meno qualificati, di solito affidati alla fanteria di linea.
Sasso con i commilitoni ad El Alamein
Una
delle più famose fotografie di quella battaglia ritrae un gruppo di
paracadutisti italiani mentre escono da una buca, in una pausa dei
combattimenti. Uno dei militari, il terzo da sinistra esattamente al centro
della foto, con il moschetto tra le mani, si chiamava Agostino Sasso, era nato a
Pietrastornina, in provincia di Avellino, nel 1920. Durante il servizio di leva
era transitato dai ranghi della fanteria alla nascente specialità
paracadutisti, fu mitragliere di plotone, dopo un lungo periodo di formazione e
addestramento a Tarquinia e a Pisa, si trovò nel deserto africano a fronteggiare
un nemico superiore per mezzi e per capacità operativa. Nei giorni di quella
guerra feracissima, nelle fasi iniziali dello scontro, scrisse anch’egli un’importante
pagina di eroismo, consacrata dalla Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che
gli fu concessa con questa motivazione:
“Mitragliere,
già distintosi per coraggio, nel corso di aspro combattimento contro nemico
preponderante, ferito in varie parti del corpo, rifiutava di recarsi al posto
di medicazione e continuava a sparare finché non veniva sopraffatto.”
El
Munassib, Africa Settentrionale - 24 ottobre 1942.
Fu tra i superstiti di quella battaglia, ma dovette affrontare un periodo di prigionia prima di poter tornare in patria nel 1946. E’
inutile dire che El Alamein segnò Agostino; quell’esperienza lo fece maturare e
gli diede la forza di vivere adeguatamente la vita: tornato in patria, in una
nazione allo sbando economico e sociale, dovette soffrire non poco per trovare
occupazione nel Corpo degli Agenti di Custodia e formarsi una famiglia,
tirata su in maniera esemplare e nel rispetto dei più saldi valori morali. Con il grado di Agente, fu inviato presso la casa
di cura e detenzione di Aversa, qui si stabilì definitivamente, senza mai far
venir meno il suo impegno per quell’evento di cui fu giovane protagonista. Verso la fine degli anni ottanta fu nominato
presidente della federazione provinciale di Caserta dell’Istituto del Nastro
Azzurro. Citato in varie pubblicazioni storiche e memorie di combattenti, per
lungo tempo è invitato ai raduni dei reparti paracadutisti in servizio, ospite
benvoluto, testimone e protagonista di un evento unico ed esaltante per la
storia di un’Italia sempre più lontana dai valori di un vecchio soldato. Nel 2006
fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, si è spento ad
Aversa nel 2013, a 93 anni.
Il primo conflitto mondiale rappresentò per ogni combattente coinvolto un’immane tragedia. Dal 1915 e negli anni successivi, la truppa stagnò nelle trincee per quella guerra che sembrava aver dimenticato le manovre classiche dell’arte militare e visse uno stato di sofferenza indefinito, senza la speranza di una fine che non fosse quella del logoramento.
Il canto per il soldato rappresentò una valvola di sfogo unica, capace di esprimere mutevoli e dolorosi stati d’animo, se non i disagi e le discriminazioni. In quel frangente temporale, un napoletano E. A. Mario, all’anagrafe Giovanni Gaeta, di professione impiegato delle poste, compose uno dei contributi canori sicuramente ispiratore del successo finale: con la Leggenda del Piave i combattenti marciarono alla vittoria e molti italiani la celebrarono nei decenni successivi. Ma altri numerosi inni divennero famosi in quel difficile momento storico del paese, molti dei quali nascevano da contingenze della vita di trincea o a seguito di particolari vicende, non sempre improntate all’eroismo.
Vogliamo soffermarci su uno di essi, famosissimo e proprio della tradizione corale alpina, il quale affonda invero, la sua reale origine in avvenimenti storicamente più antichi, durante i quali erano ancora lontani i tempi delle “penne nere” e delle vette alpine, e che si sono verificati nel profondo sud, ad Aversa, città attualmente in provincia di Caserta ma da sempre in prossimità di Napoli, che fu fondata dai normanni nell’XI secolo. Al tempo del sanguinoso conflitto tra i francesi di Francesco I e le truppe imperiali di Carlo V, nel XVI secolo, fu terreno di aspra contesa armata. Nel 1528 la città era la più popolosa di Terra di Lavoro con una popolazione divisa tra l’ossequio ed il timore per i contendenti. Minacciato dalle avanguardie del Marchese Michele Antonio di Saluzzo, Capitano Generale delle Armi Francesi nel Reame di Napoli, un presidio spagnolo presente in città, opponeva una resistenza dovuta più all’orgoglio che alla speranza di vittoria, anche perché la città era dotata di mura basse e non idonee ad una difesa ad oltranza. Impossibilitato a resistere l’avamposto si vide costretto ad abbandonare la città, occupata, di seguito e rapidamente, dalle truppe oltremontane. I successivi tentativi di riconquista non sortirono effetti a causa dell’esiguo numero degli assedianti, facendo sì che essi fossero ricacciati nel sangue. Ma poco dopo, il grosso delle truppe imperiali del Principe d’Orange sopraggiungeva e vinceva la resistenza della città con le artiglierie, che rasero al suolo varie parti del perimetro murario, ferendo gravemente lo stesso Marchese di Saluzzo. Di seguito, gli aversani pregarono i francesi di richiedere una resa onorevole tendente a salvare la vita della popolazione, la città, le insegne di essa. Il 30 agosto venivano concordati i capitoli di resa da parte delle opposte ambascerie.
Michele Antonio del Vasto, Marchese di Saluzzo
A seguito della successiva morte del Marchese di Saluzzo, avvenuta di lì a poco per le ferite riportate nel bombardamento aversano, i suoi soldati gli dedicavano un canto di elogio e di commemorazione dal titolo Testamento del Marchese di Saluzzo. In esso si descrive l’agonia del Comandante, che in un ultimo moto d’orgoglio manda a chiamare le truppe per passarle in rassegna. Queste rispondono al marchese che andranno da lui solo dopo aver atteso ai compiti militari, compiuti i quali si schierano per farsi passare in rivista. Durante la sfilata il comandante fa ordinare, come ultima volontà, che il suo corpo dopo la morte sia diviso in quattro parti da inviare al re di Francia, alla sua patria il Monferrato, alla mamma ed infine alla sua donna, Margarita, la quale alla notizia per il mancato ritorno del Marchese di Saluzzo sviene per il dolore. Il canto, di per sé molto poetico e commovente, palesa un’immagine ricorrente nella poesia popolare di ogni tempo e ripropone un tema, definito da Pablo Neruda del cuerpo repartido, in cui il cantore immagina le parti del corpo del protagonista della composizione sparpagliate nel mondo a gloria di sé e della sua patria. Il canto fu di seguito rielaborato in varie versioni, ma durante la Grande Guerra fu nuovamente intonato per essere adattato alla vita di trincea e diffuso con il titolo del Testamento del Capitano.
Così le travagliate vicende storiche di quella lontana contesa tra stranieri nel meridione d’Italia, divennero causa determinante per la nascita del Testamento, uno dei canti corali ancor oggi, più conosciuti ed eseguiti dei repertori delle truppe di montagna italiane.
“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.
Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.
Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.
La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera,che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.
Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.
Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.
Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia dal
1675, ottenne il titolo di Re di Sicilia dopo una lunga trattativa con gli
emissari di Filippo V, il quale pose numerose condizioni per la cessione dei
domini siciliani, che portò alla firma dell’atto di cessione il 13 luglio del
1713. Per la prima volta dal 1409 il Regnum
Siciliae riacquistava la propria indipendenza politica e la propria
fisionomia territoriale. Il programma del sovrano sabaudo era ambizioso, dopo
aver ricostruito e difeso per gran parte della sua vita il ruolo e
l’indipendenza del piccolo stato subalpino, Vittorio Amedeo era intenzionato
alla edificazione di un regno di rilevanza europea che ne avrebbe
definitivamente consacrato il prestigio.
Ufficiali del Reggimento Real Marina nel 1714
L’opera di riordino del Regno, oltre ad
incidere profondamente sulla fisionomia della amministrazione su caratteri
propri dei domini piemontesi, toccò particolarmente anche la organizzazione militare del Regno. L’esercito fu organizzato anch’esso sul
modello piemontese: il fulcro era
costituito dai Reggimenti di ordinanza nazionale, su più battaglioni
perennemente mobilitati e posti direttamente alle dipendenze del sovrano in
campagna, ad essi si aggiungevano i Reggimenti provinciali, articolati su un
battaglione solo, posti di guarnigione territoriale in ciascuna provincia dello
stato. Al suo arrivo Vittorio
Amedeo aveva portato con sé un piccolo
esercito di seimila effettivi, che comprendeva il reggimento di cavalleria Dragoni di Piemonte, sei battaglioni di
fanteria nazionale piemontese ed un reggimento svizzero, ma nel corso del 1714 vennero
costituite nuove unità interamente siciliane, poste al comando della migliore
aristocrazia locale: il principe Giuseppe Alliata di Villafranca ebbe il
comando della Compagnia Siciliana Guardie del Corpo, il reggimento di
fanteria Valguarnera-Sicilia fu affidato al principe Francesco Saverio di
Valguarnera, il Reggimento Gioeni fu costituito direttamente da Francesco
Gioeni dei duchi d’Angiò. Queste forze imponenti furono impiegate
principalmente nel ristabilimento dell’ordine interno, con una dura campagna
contro il brigantaggio che minacciava le città interne e la sicurezza delle
comunicazioni nell’entroterra. La Marina da guerra era invece destinata
ad operare in contrasto alla pirateria barbaresca che infestava le rotte del
Mediterraneo meridionale, l’obbiettivo
più stringente era infatti la salvaguardia delle coste siciliane e la tutela
dei collegamenti tra Palermo e Villafranca di Nizza, la piccola base navale
piemontese. Nel 1717 fu emanato il primo “Regolamento della Marina”. Nel complesso,
la Reale marina siciliana fu composta originariamente da quel che restava della
squadra navale ceduta dalla Spagna, con una sola galera, la Militia, in ordine
di battaglia, ed un battaglione piemontese di marina, poi, tra il 1716 e il
1717, a Palermo furono varate altre cinque galere e tre velieri, che andarono a
costituire l’ossatura della flotta. Questa operò di concerto con la Marina
mercantile, al cui potenziamento, per sostenere i traffici commerciali verso la
Francia e verso oriente, furono dedicate ingenti risorse.
Annibale Maffei, Viceré di Sicilia
Lo spirito irrequieto dei siciliani
risultava difficilmente conciliabile con le esigenze di controllo e di normalizzazione
proprie della mentalità sabauda, inoltre, le mire di Filippo V di Spagna di
ristabilire la propria influenza sulla penisola italiana, rendevano instabile
la permanenza dei Savoia in Sicilia, per di più nella fragilità della pace
europea. Gli equilibri furono rotti nel giugno 1718, quando una potente armata
spagnola invase l’isola potendo contare sull’appoggio di gran parte della
nobiltà locale, la rapida avanzata degli spagnoli contro le esigue forze
siciliano-piemontesi scatenò la sollevazione delle corporazioni commerciali
palermitane, desiderose di veder tutelati gli antichi privilegi, che
costrinsero alla fuga il governo vicereale. Incaricato del comando supremo delle forze piemontesi sull'isola fu il conte Annibale Maffei, Generale dell'esercito ducale che si era già messo in luce, da giovane ufficiale, durante la battaglia di Staffarda, e che era stato nominato Vicerè di Sicilia nel 1713, con il grado militare di Gran Maestro d'Artiglieria. Mentre numerose città caddero in
mano spagnola, Vittorio Amedeo affidò l’estrema resistenza del proprio Regno
alle forze della Grande Alleanza, che
condusse una lunga guerra in terra siciliana fino al 1720.
L’impossibilità di
conservare il difficile dominio e l’opposizione dell’Inghilterra, che con la
sua flotta era stata determinante nella battaglia di Capo Passero per la
sconfitta degli spagnoli, convinsero Vittorio Amedeo II a rinunciare alla
corona di Sicilia in cambio del Regno di Sardegna. Il sovrano sabaudo maturò la
consapevolezza che il suo Stato non era ancora pronto ad assumere il ruolo di
grande potenza mediterranea che risultava quale corollario del possesso della
Sicilia.
L'ufficiale dell'illustrazione è un Capitano con indosso l'uniforme ordinaria modello 1900, introdotta quale uniforme di servizio e di campagna. Giubba e pantaloni sono in colore turchino scuro, anche se talvolta il colore reale adoperato era un vero un proprio nero. La giubba ha la bottoniera coperta ed il petto è attraversato da un doppio gallone di passamaneria nera che copre anche i taschini superiori, il collo è ornato dagli alamari ricamati in filo d'argento, le spalline, filettate di rosso, recano i distintivi di grado, costituiti da tre stellette argentate. I pantaloni corti da cavallo recano all'esterno la pistagna rossa singola tipica degli ufficiali dei Carabinieri, e sono infilati negli stivali alti. Sotto la divisa indossa la camicia bianca con colletto dritto amovibile. Il berretto è il chepì anch'esso in panno turchino scuro sul quale spicca il tipico fregio con la granata fiammeggiante, ricamato in oro ed argento i gradi sono rappresentati da tre galloni argentati che girano attorno a tutto il copricapo. Guanti in cuoio naturale e frustino completano la dotazione. Questa tipologia di uniforme fu sospesa nel 1915 al momento dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, sostituita dalle tenute grigioverdi, ma fu ripristinata nel 1923 rimanendo in uso, sia pure con talune variazioni, per dieci anni, fino all'introduzione delle nuove uniformi "modello Baistrocchi" nel 1933.
Illustrazione di Giorgio Cantelli
tratta da V. Pezzolet "Rosso, Argento e Turchino" - Vol. 3, Ente editoriale Arma dei Carabinieri, Roma 2001
Lo scorso 22 novembre la Marina Militare Italiana ha lanciato per la prima volta un missile Aster 30 telemetrico. Il lancio è stato effettuato dalla fregata Bergamini, presso il poligono sardo di Salto di Quirra, ed è stato un successo secondo quando hanno riferito i vertici della Marina. Il lancio rientra nel programma missilistico terra-aria di auto-difesa estesa SAAM ESD, volto a qualificare il sistema missilistico e gli equipaggi, e si concluderà all'inizio del 2017 testando la modalità integrata di lancio con il sistema di combattimento di bordo. Il sistema missilistico Aster 30 rappresenta un vanto dell'alta tecnologia dell'industria nazionale della difesa, è prodotto sotto la responsabilità della società italiana MBDA IT, ed è composto da un calcolatore AGIS per le funzioni di comando e controllo, da un radar multifunzione attivo MFR-A (Multi Function Radar – Attivo) per le funzioni di ricerca, scoperta e tracciamento bersagli, da un sistema guida missili e dal gruppo di due moduli di lancio verticale Sylver A-50. Il sistema SAAM ESD - acronimo di Surface to Air Anti Missile System Extended Self Defence - una volta entrato pienamente a regime, consentirà di innovare ed ampliare il concetto di autodifesa della singola unità addetta al lancio, estendendo le funzioni anche alla difesa di altre unità, come nel caso di un gruppo navale impegnato in attività operativa congiunta.