martedì 28 novembre 2017

Quota diecimila


Appena un anno fa commentavo, con grande piacere e soddisfazione, il raggiungimento delle 6.000 visite a questo piccolo blog, è bastato un soffio, qualche mese appena, e siamo arrivati alle 10.000 visualizzazioni. Eppure di mesi ne sono passati dodici, è passato un anno intero di articoli, contributi, notizie ed opinioni, ed in questo lasso di tempo questo spazio è cresciuto e si è arricchito notevolmente. In appena dodici mesi sono stati quasi eguagliati i lettori dei quattro anni precedenti, questo è soprattutto merito della qualità dei post pubblicati e della competenza dei redattori che si sono affiancati a me in questo progetto, primo fra tutti il Capitano Salvatore Palladino, che voglio ringraziare per la sua amicizia e disponibilità. Grazie anche ad una migliore presenza sui social siamo riusciti a far giungere a migliaia di nuovi lettori, non solo in Italia, la nostra voce e le nostre idee, e in questo piccolo spazio di nicchia che andiamo ad occupare è, ancora una volta, un grande risultato. Ora che sta per iniziare un nuovo anno questi risultati costituiscono una ottima base di partenza per continuare, con nuovo entusiasmo, il racconto della storia e dell'attualità in divisa.

giovedì 26 ottobre 2017

Dragon Recon 2017




Si è svolta dal 20 al 22 ottobre la XIX edizione della Dragon Recon, la gara internazionale per pattuglie militari organizzata dall'UNUCI Napoli, che è stata ospitata all'interno del comprensorio militare di Persano, in provincia di Salerno. Sono state tredici le pattuglie in gara quest'anno, composte sia da rappresentanze di reparti militari in servizio sia da militari in congedo di diverse associazioni d'arma, presente anche una pattuglia della Guardia Nazionale Lettone, che si sono cimentate in numerose prove tecniche e di combattimento, in un contesto tattico realistico. La gara consente di testare la preparazione dei singoli in ambito operativo, con prove che comprendono, tra le altre, gare di tiro, superamento di campi minati, recupero ostaggi, combattimento urbano, orientamento, richiesta di evacuazione medica, consentendo di rapportarsi ed aggiornarsi alle più moderne tecniche d'impiego, operando anche secondo gli standard Nato. La gara è stata diretta dal Generale Franco de Vita, presidente della sezione partenopea dell'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo.



La vittoria finale è andata alla pattuglia n.1 inviata dal Comando Comprensorio, formata da quattro bersaglieri con ampia esperienza in missioni all'estero, al secondo posto si è posizionata la squadra lettone, terzo posto per la rappresentanza del 1° Reggimento Bersaglieri. Tra il personale in congedo si sono distinte le pattuglie dell'Associazione Nazionale Arma di Cavalleria di Salerno e i "vecchietti terribili" della sezione UNUCI Bari, vincitori assoluti della prova medica e primo soccorso, che si sono aggiudicati anche il Premio Veterani offerto dall'Istituto Nazionale Guardie d'Onore al Pantheon. Ottimi risultati anche per gli uomini del 21° Reggimento Guastatori e per l'Associazione Nazionale Paracadutisti di Siena.  Ad affiancare le pattuglie impegnate nella competizione anche una nutrita presenza di personale sanitario, composto da una squadra sanitaria del Corpo Italiano di Soccorso dell'Ordine di Malta, guidata dal dottor Giuseppe Saviano, e da una squadra di infermiere volontarie della Croce Rossa.



La manifestazione si è ormai affermata come la più importante competizione nazionale per pattuglie militari, che si svolge con il patrocinio dell'Esercito Italiano, con l'ausilio di mezzi e strutture messi a disposizione dal Comando Forze operative Sud e con il supporto della Brigata "Garibaldi". Alla cerimonia di premiazione, svolta nella mattinata di domenica sotto un bel sole autunnale, sono intervenuti, tra gli altri, il Generale Di Mascolo, Vicepresidente UNUCI Napoli, il Generale Carriola, dell'Associazione ex Allievi Nunziatella, il Colonnello Troisi, Comandante del Comprensorio di Persano.





domenica 1 ottobre 2017

La Guerra oltre la Notizia


“La guerra oltre la notizia” è il libro di esordio di Ilenia Menale, che racconta la realtà degli inviati di guerra, partendo da un excursus storico per poi giungere alla narrazione della realtà contemporanea. Gli aspetti più emotivi e personali degli inviati al fronte, sono narrati per comprendere la brutalità dei conflitti al di là dell'aspetto storico. Con l'ausilio di un'intervista condotta dall'autrice e grazie al racconto dell'esperienza diretta di due noti ex inviati di guerra, Franco Di Mare e Toni Capuozzo, si indagherà sulla loro vita privata e professionale cercando di capire quanto questa sia cambiata dopo l'esperienza di guerra. Guidato dall'autrice, il lettore è reso partecipe degli eventi ed avrà, dunque, una percezione della guerra completamente diversa dal servizio giornalistico. La prefazione del libro,  che ha ottenuto il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, è stata curata dallo stesso Franco Di Mare. E' edito da Mattioli 1885.

L’autrice, Ilenia Menale, è una giovane giornalista nata a Napoli ma residente da anni a Roma, dove si occupa di ufficio stampa culturale e politico. Laureata in Economia e Management ed in Comunicazione d'Impresa, è giornalista freelance e docente di giornalismo presso alcuni licei del Lazio e della Campania. 

lunedì 25 settembre 2017

San Giovanni XXIII patrono dell'Esercito



San Giovanni XXIII è stato proclamato Patrono dell'Esercito, lo scorso 12 settembre l'ordinario militare d'Italia, l'arcivescovo Santo Marcianò, ha consegnato la bolla papale di nomina al Capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Danilo Errico. Il Pontefice santo diviene così protettore e punto di riferimento spirituale per tutti i soldati italiani.

Angelo Giuseppe Roncalli nacque nel paesino bergamasco di Sotto il Monte nel 1881, fu ordinato sacerdote nel 1904 e fu lungo insegnante presso il seminario di Bergamo, in quegli stessi anni svolse il servizio militare, restando, tra il 1901 e il 1902, nei ranghi del 73° Reggimento Fanteria, venendo congedato col grado di Sergente. Ritornerà a vestire l'uniforme nel 1915, quando, all'entrata in guerra dell'Italia, sarà richiamato e destinato all'Ospedale Militare di Riserva allestito nello stesso seminario di Bergamo nel quale insegnava. Negli anni terribili del conflitto non manca di esprimere parole pregne di patriottismo, così scrisse al fratello poco dopo i fatti di Caporetto: «molti soldati purtroppo a sentir parlare di patria scrollano le spalle, ridono, oppure bestemmiano e maledicono. Noi no. Noi facciamo il nostro dovere guardando in alto. Gli uomini che ci hanno governato e ci governano non meritano i nostri sacrifici, ma la patria oggi in pericolo li merita tutti. Gli uomini passano e la patria resta». Continuò il suo impegno a favore dei soldati e dei feriti fino alla fine del conflitto, nel corso del quale fu nominato Tenente Cappellano. Dopo la guerra intraprese una lunga e brillante carriera diplomatica ecclesiastica, finché fu nominato Patriarca di Venezia nel 1953. Fu eletto al soglio pontificio il 28 ottobre 1958, rimase Papa fino al 1963 ma, malgrado la brevità del pontificato, seppe lasciare una grande impronta di sé nella Chiesa e nel mondo. E' stato proclamato Santo della Chiesa Cattolica il 27 aprile 2014.

Nel corso della sua vita conservò sempre un vivo ricordo della propria esperienza militare e fu sempre animato da un sincero patriottismo, motivato da una forte visione spirituale. Sono questi, in particolare, gli elementi che hanno fatto propendere per la scelta del "Papa buono" quale patrono dell'Esercito, scelta peraltro altamente simbolica negli anni in cui cade il centenario della Prima Guerra Mondiale. La nomina del  nuovo patrono verrà suggellata da una solenne liturgia a San Pietro, con una nutrita presenza di militari, in occasione della prossima festa litrugica, l'11 ottobre.

mercoledì 19 luglio 2017

Agostino Sasso, l'ultimo leone di El Alamein

El Alamein è diventata sinonimo di stenti, di logoramento, di eroismo delle truppe e di impreparazione dei quadri italiani, che pur destinati ad ruolo subalterno rispetto ai reparti dell’Afrika Korps del Generale Rommel, testimoniarono un elevato valore sul campo di battaglia, riconosciuto dallo stesso nemico. Durante l’offensiva inglese, iniziata il 23 ottobre, anche le truppe più preparate furono destinate a funzioni ed a scopi secondari, diversi da quelli per i quali erano stati costituiti. E’ il caso dei reparti aviotrasportati della Folgore che videro umiliato il loro altissimo addestramento, nobilitando quella tragedia col solo sacrificio di quei combattenti che seppero adattarsi a compiti operativi meno qualificati, di solito affidati alla fanteria di linea. 

Sasso con i commilitoni ad El Alamein 

Una delle più famose fotografie di quella battaglia ritrae un gruppo di paracadutisti italiani mentre escono da una buca, in una pausa dei combattimenti. Uno dei militari, il terzo da sinistra esattamente al centro della foto, con il moschetto tra le mani, si chiamava Agostino Sasso, era nato a Pietrastornina, in provincia di Avellino, nel 1920. Durante il servizio di leva era transitato dai ranghi della fanteria alla nascente specialità paracadutisti, fu mitragliere di plotone, dopo un lungo periodo di formazione e addestramento a Tarquinia e a Pisa, si trovò nel deserto africano a fronteggiare un nemico superiore per mezzi e per capacità operativa. Nei giorni di quella guerra feracissima, nelle fasi iniziali dello scontro, scrisse anch’egli un’importante pagina di eroismo, consacrata dalla Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che gli fu concessa con questa motivazione: 

“Mitragliere, già distintosi per coraggio, nel corso di aspro combattimento contro nemico preponderante, ferito in varie parti del corpo, rifiutava di recarsi al posto di medicazione e continuava a sparare finché non veniva sopraffatto.”
El Munassib, Africa Settentrionale - 24 ottobre 1942.


Fu tra i superstiti di quella battaglia, ma dovette affrontare un periodo di prigionia prima di poter tornare in patria nel 1946. E’ inutile dire che El Alamein segnò Agostino; quell’esperienza lo fece maturare e gli diede la forza di vivere adeguatamente la vita: tornato in patria, in una nazione allo sbando economico e sociale, dovette soffrire non poco per trovare occupazione nel Corpo degli Agenti di Custodia e formarsi una famiglia, tirata su in maniera esemplare e nel rispetto dei più saldi valori morali. Con il grado di Agente, fu inviato presso la casa di cura e detenzione di Aversa, qui si stabilì definitivamente, senza mai far venir meno il suo impegno per quell’evento di cui fu giovane protagonista.  Verso la fine degli anni ottanta fu nominato presidente della federazione provinciale di Caserta dell’Istituto del Nastro Azzurro. Citato in varie pubblicazioni storiche e memorie di combattenti, per lungo tempo è invitato ai raduni dei reparti paracadutisti in servizio, ospite benvoluto, testimone e protagonista di un evento unico ed esaltante per la storia di un’Italia sempre più lontana dai valori di un vecchio soldato. Nel 2006 fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, si è spento ad Aversa nel 2013, a 93 anni.

Agostino Sasso durante l'addestramento in Italia


Salvatore Palladino

mercoledì 28 giugno 2017

Il Testamento del Capitano



Il primo conflitto mondiale rappresentò per ogni combattente coinvolto un’immane tragedia. Dal 1915 e negli anni successivi, la truppa stagnò nelle trincee per quella guerra che sembrava aver dimenticato le manovre classiche dell’arte militare e visse uno stato di sofferenza indefinito, senza la speranza di una fine che non fosse quella del logoramento.
Il canto per il soldato rappresentò una valvola di sfogo unica, capace di esprimere mutevoli e dolorosi stati d’animo, se non i disagi e le discriminazioni. In quel frangente temporale, un napoletano E. A. Mario, all’anagrafe Giovanni Gaeta, di professione impiegato delle poste, compose uno dei contributi canori sicuramente ispiratore del successo finale: con la Leggenda del Piave i combattenti marciarono alla vittoria e molti italiani la celebrarono nei decenni successivi. Ma altri numerosi inni divennero famosi in quel difficile momento storico del paese, molti dei quali nascevano da contingenze della vita di trincea o a seguito di particolari vicende, non sempre improntate all’eroismo.

Vogliamo soffermarci su uno di essi, famosissimo e proprio della tradizione corale alpina, il quale affonda invero, la sua reale origine in avvenimenti storicamente più antichi, durante i quali erano ancora lontani i tempi delle “penne nere” e delle vette alpine, e che si sono verificati nel profondo sud, ad Aversa, città attualmente in provincia di Caserta ma da sempre in prossimità di Napoli, che fu fondata dai normanni nell’XI secolo.  Al tempo del sanguinoso conflitto tra i francesi di Francesco I e le truppe imperiali di Carlo V, nel XVI secolo, fu terreno di aspra contesa armata. Nel 1528 la città era la più popolosa di Terra di Lavoro con una popolazione divisa tra l’ossequio ed il timore per i contendenti. Minacciato dalle avanguardie del Marchese Michele Antonio di Saluzzo, Capitano Generale delle Armi Francesi nel Reame di Napoli, un presidio spagnolo presente in città, opponeva una resistenza dovuta più all’orgoglio che alla speranza di vittoria, anche perché la città era dotata di mura basse e non idonee ad una difesa ad oltranza. Impossibilitato a resistere l’avamposto si vide costretto ad abbandonare la città, occupata, di seguito e rapidamente, dalle truppe oltremontane. I successivi tentativi di riconquista non sortirono effetti a causa dell’esiguo numero degli assedianti, facendo sì che essi fossero ricacciati nel sangue. Ma poco dopo, il grosso delle truppe imperiali del Principe d’Orange sopraggiungeva e vinceva la resistenza della città con le artiglierie, che rasero al suolo varie parti del perimetro murario, ferendo gravemente lo stesso Marchese di Saluzzo. Di seguito, gli aversani pregarono i francesi di richiedere una resa onorevole tendente a salvare la vita della popolazione, la città, le insegne di essa.  Il 30 agosto venivano concordati i capitoli di resa da parte delle opposte ambascerie.

Michele Antonio del Vasto, Marchese di Saluzzo

A seguito della successiva morte del Marchese di Saluzzo, avvenuta di lì a poco per le ferite riportate nel bombardamento aversano, i suoi soldati gli dedicavano un canto di elogio e  di commemorazione dal titolo Testamento del Marchese di Saluzzo.  In esso si descrive l’agonia del Comandante, che in un ultimo moto d’orgoglio manda a chiamare le truppe per passarle in rassegna. Queste rispondono al marchese che andranno da lui solo dopo aver atteso ai compiti militari, compiuti i quali si schierano per farsi passare in rivista. Durante la sfilata il comandante fa ordinare, come ultima volontà, che il suo corpo dopo la morte sia diviso in quattro parti da inviare al re di Francia, alla sua patria il Monferrato,  alla mamma ed infine alla sua donna, Margarita, la quale alla notizia per il mancato ritorno del Marchese di Saluzzo sviene per il dolore. Il canto, di per sé molto poetico e commovente, palesa un’immagine ricorrente nella poesia popolare di ogni tempo e ripropone un tema, definito da Pablo Neruda del cuerpo repartido, in cui il cantore immagina le parti del corpo del protagonista della composizione sparpagliate nel mondo a gloria di sé e della sua patria. Il canto fu di seguito rielaborato in varie versioni, ma durante la Grande Guerra fu nuovamente intonato per essere adattato alla vita di trincea e diffuso con il titolo del Testamento del Capitano.

Così le travagliate vicende storiche di quella lontana contesa tra stranieri nel meridione d’Italia, divennero causa determinante per la nascita del Testamento, uno dei canti corali ancor oggi, più conosciuti ed eseguiti dei repertori delle truppe di montagna italiane.



IL TESTAMENTO DEL MARCHESE DI SALUZZO
(Composto ad Aversa nel 1528)
Sur Capitani di Salusse
L’a’ tanta mal ch’a murira’.
Manda ciame’ sur Capitani,
Manda ciame’ li so solda’;
Quand ch’a l’avran munta’ la guardia
O ch’andeisso un po’ a vede’.

I so solda’ ja’n fait
Ch’a l’’an l’arvista da passe’
Quand ch’a l’avran passa’ l’arvista
Sur Capitani andio vede’.

<<Coza comand lo Capitani,
Coza comand ai so solda’?>>.
<< V’aricomand la vita mia
che di quat part na debie’ fa’.

L’e’ d’una part mande’ la an Fransa
E d’una part sul Munferrà.
Mande’ la testa a la mia mama
Ch’a s’aricorda del so prim fiol.
Mand’ i Corin a Margarita
Ch’a s’aricorda del so amur>>

La Margarita in su la porte
L’e’ cascà in terra di dolur.

IL TESTAMENTO DEL CAPITANO
(Intonato dalle truppe di montagna italiane)
Il capitan della Compagnia
 è ferito, sta per morir.
Manda a dire ai suoi alpini
Che lo vengano a ritrovare.

I suoi alpini gli mandano a dire
Che non hanno scarpe per camminare:
<<O con le scarpe o senza scarpe
 i miei alpini li voglio qua>>.
<<Cosa comanda Signor Capitano
che noi alpini siamo arrivati?>>.

<<Ed io comando che il mio corpo
 in cinque pezzi sia tagliato
.
Il primo pezzo alla mia patria,
il secondo pezzo al Battaglion;
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliuol.

Il quarto pezzo alla mia bella
Che si ricordi del suo primo amor,
l’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior>>. 

Salvatore Palladino

domenica 30 aprile 2017

La riforma dei gradi sfascia i militari


“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.

Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.

Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.

La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.

Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.

Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.

Salvatore Sfrecola

tratto da La Verità, 18 aprile 2017, pag. 18 www.unsognoitaliano.it