domenica 30 aprile 2017

La riforma dei gradi sfascia i militari


“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.

Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.

Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.

La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.

Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.

Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.

Salvatore Sfrecola

tratto da La Verità, 18 aprile 2017, pag. 18 www.unsognoitaliano.it

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