mercoledì 19 luglio 2017

Agostino Sasso, l'ultimo leone di El Alamein

El Alamein è diventata sinonimo di stenti, di logoramento, di eroismo delle truppe e di impreparazione dei quadri italiani, che pur destinati ad ruolo subalterno rispetto ai reparti dell’Afrika Korps del Generale Rommel, testimoniarono un elevato valore sul campo di battaglia, riconosciuto dallo stesso nemico. Durante l’offensiva inglese, iniziata il 23 ottobre, anche le truppe più preparate furono destinate a funzioni ed a scopi secondari, diversi da quelli per i quali erano stati costituiti. E’ il caso dei reparti aviotrasportati della Folgore che videro umiliato il loro altissimo addestramento, nobilitando quella tragedia col solo sacrificio di quei combattenti che seppero adattarsi a compiti operativi meno qualificati, di solito affidati alla fanteria di linea. 

Sasso con i commilitoni ad El Alamein 

Una delle più famose fotografie di quella battaglia ritrae un gruppo di paracadutisti italiani mentre escono da una buca, in una pausa dei combattimenti. Uno dei militari, il terzo da sinistra esattamente al centro della foto, con il moschetto tra le mani, si chiamava Agostino Sasso, era nato a Pietrastornina, in provincia di Avellino, nel 1920. Durante il servizio di leva era transitato dai ranghi della fanteria alla nascente specialità paracadutisti, fu mitragliere di plotone, dopo un lungo periodo di formazione e addestramento a Tarquinia e a Pisa, si trovò nel deserto africano a fronteggiare un nemico superiore per mezzi e per capacità operativa. Nei giorni di quella guerra feracissima, nelle fasi iniziali dello scontro, scrisse anch’egli un’importante pagina di eroismo, consacrata dalla Medaglia di Bronzo al Valor Militare, che gli fu concessa con questa motivazione: 

“Mitragliere, già distintosi per coraggio, nel corso di aspro combattimento contro nemico preponderante, ferito in varie parti del corpo, rifiutava di recarsi al posto di medicazione e continuava a sparare finché non veniva sopraffatto.”
El Munassib, Africa Settentrionale - 24 ottobre 1942.


Fu tra i superstiti di quella battaglia, ma dovette affrontare un periodo di prigionia prima di poter tornare in patria nel 1946. E’ inutile dire che El Alamein segnò Agostino; quell’esperienza lo fece maturare e gli diede la forza di vivere adeguatamente la vita: tornato in patria, in una nazione allo sbando economico e sociale, dovette soffrire non poco per trovare occupazione nel Corpo degli Agenti di Custodia e formarsi una famiglia, tirata su in maniera esemplare e nel rispetto dei più saldi valori morali. Con il grado di Agente, fu inviato presso la casa di cura e detenzione di Aversa, qui si stabilì definitivamente, senza mai far venir meno il suo impegno per quell’evento di cui fu giovane protagonista.  Verso la fine degli anni ottanta fu nominato presidente della federazione provinciale di Caserta dell’Istituto del Nastro Azzurro. Citato in varie pubblicazioni storiche e memorie di combattenti, per lungo tempo è invitato ai raduni dei reparti paracadutisti in servizio, ospite benvoluto, testimone e protagonista di un evento unico ed esaltante per la storia di un’Italia sempre più lontana dai valori di un vecchio soldato. Nel 2006 fu nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, si è spento ad Aversa nel 2013, a 93 anni.

Agostino Sasso durante l'addestramento in Italia


Salvatore Palladino

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