venerdì 29 maggio 2020

Quanto spende davvero l'Italia per la difesa


In tempi di emergenza Covid-19 il dibattito sulle spese militari è tornato prepotentemente d'attualità, specie nel paragone con gli investimenti pubblici per il settore sanitario in Italia. Il tema andrebbe affrontato prescindendo da preconcetti ideologici e con una analisi puntuale dei dati, valutando non esclusivamente i risvolti economici ma anche gli obbiettivi di politica internazionale ed il posizionamento strategico del paese, senza peraltro ridursi ad una visione meramente settoriale del comparto difesa, ma cogliendone le implicazioni più ampie nel quadro macroeconomico nazionale.  

L'Italia è membro della NATO da un settantennio ed inevitabilmente è chiamata alla contribuzione al sistema di difesa comune, esigenza che si è fatta sentire in maniera pressante durante il lungo periodo della guerra fredda, nel corso del quale si è mantenuto un apparato militare di proporzioni notevoli, sia pur sempre sottodimensionato in rapporto alle esigenze, con maggiore capacità di spesa. Ma la fine della contrapposizione tra i blocchi ha fatto venir meno la priorità della difesa nazionale dall'agenda politica e l'Italia, come la totalità dei paesi europei, si è affrettata ad incassare il "dividendo di pace" tagliando indiscriminatamente la spesa militare, senza una reale visione strategica ma con la sola attenzione alle immediate conseguenze economiche: liberare risorse dal bilancio pubblico da destinare altrove, in un quadro economico internazionale volto ormai al liberismo spinto ed al contenimento della spesa statale. Dal 1990 lo stato italiano ha ridotto sempre più le dimensioni delle proprie forze armate ed ha speso sempre meno per la difesa, in un condiviso clima politico, che ha visto le forze conservatrici e moderate ben liete di liberarsi di quello che era stato considerato a lungo un settore mal tollerato ma necessario, di contro, le forze di sinistra, per una antica avversione antimilitarista, non hanno esitato a spingere per il ridimensionamento dell'apparato militare, guardato sempre con sospetto all'interno del sistema democratico. Questo atteggiamento ha avuto un impatto evidente sui capitoli di spesa, se nel 1970 il rapporto tra spese militari e Pil nazionale era del 2,2%, per poi toccare il picco nel biennio 1973/74 al 2,4%, nel 1990 il rapporto era già sceso all'1,8%, per poi attestarsi intorno all'1,4% alla fine del decennio successivo. Bisogna, peraltro, considerare che sul bilancio del Ministero della Difesa grava direttamente l'Arma dei Carabinieri, pertanto dagli stanziamenti del comparto, va scorporata la quota destinata all'arma benemerita, che si occupa principalmente di sicurezza interna ed ordine pubblico, non di funzioni propriamente militari. Nel 2000 su una spesa del Ministero della Difesa all'1,4% sul Pil, l'ordine pubblico pesava per lo 0,4, lasciando alla spesa militare vera e propria appena l'1% dell'economia nazionale, oggi, dopo vent'anni, quella quota è cresciuta, ed attualmente la funzione Sicurezza del Territorio assorbe un terzo degli stanziamenti per la difesa.   

Bilancio di previsione 2018, fonte: Ministero della Difesa

Per avere un'idea di raffronto: nel 2000 la Francia spendeva circa il 2,8% del proprio prodotto interno per il comparto difesa, in valori assoluti quasi il doppio dell'Italia, secondo il rapporto SIPRI 2019 (Stockholm International Peace Research Institute), per l'anno precedente la Francia ha impegnato il 2,3% del proprio Pil, mentre l'Italia l'1,3%, in valori assoluti i transalpini hanno speso 63 miliardi di dollari, poco meno del triplo del nostro paese che ne ha investiti 27. L'Italia sarebbe attualmente undicesima al mondo tra gli stati che spendono di più per le forze armate, scalando qualche posizione rispetto al 2017, ma solo perchè gli stati che ci precedevano, come Brasile e Australia, hanno ridotto i propri stanziamenti, mentre invariati sono rimasti quelli italiani. Significativo anche il dato sulla presenza militare italiana all'estero, che è rimasto costante nell'arco di un ventennio, con impegni rilevanti in particolare durante i conflitti in Serbia, Iraq e Afghanistan. Nel 2000 l'Italia schierava oltreconfine 9.500 soldati, oggi ne ha circa 7.000, cui vanno aggiunti quelli impegnati in ruoli operativi di pubblica sicurezza in territorio nazionale. Numeri importanti, specialmente a fronte del netto ridimensionamento degli effettivi: nel 2000, anno della riforma delle forze armate che ha sancito il passaggio al professionismo, il complesso di uomini in uniforme, compresi i Carabinieri, all'epoca prima arma dell'Esercito, era di 270.000 unità, nel 2020 sono circa 170.000, calcolando unicamente le tre armi tradizionali, benché le previsioni del famigerato Libro Bianco della Difesa fissino a 150.000 la quota prevista di militari in Italia entro il 2024. Continuando una linea di paragone, nel 2017 la Francia aveva in servizio attivo più di 200.000 militari direttamente dipendenti dal Ministero delle Forze Armate, oltre a 63.000 riservisti della Garde Nationale. 


Bilancio di previsione 2019, fonte: Ministero della Difesa


Bisogna, però, soprattutto comprendere la composizione della spesa militare, poiché, al contrario di quel che si crede generalmente, soltanto una piccola parte di essa serve in effetti all'acquisto di armi, missili, carri armati e cacciabombardieri. Nell'anno 2018 gli stanziamenti per il Ministero della Difesa sono stati di circa 21 miliardi di euro, di cui appena 13.797 milioni per le funzioni strettamente militari, di questa cifra il 73%, circa 10 miliardi, è servito per il pagamento di stipendi ed anticipazioni pensionistiche, la restante parte, per 1.400 milioni, è servita per il mantenimento di mezzi e strutture e, per poco più di 2 miliardi, per investimenti. Dati quasi analoghi per il 2019: aumenta di poco la spesa in valore assoluto, fino a superare di poco i 21 miliardi, con un crescita del 2,2%, ma resta pressoché invariata la quota per la funzione difesa, 13.982 milioni, mentre per le funzioni di ordine pubblico è di 6.898 milioni. Per la difesa, il 74% degli stanziamenti è destinato alle retribuzioni del personale, aumenta di poco la cifra per gestione e mantenimento, ma cala vistosamente quella per gli investimenti, che fa registrare un meno 19%, con 1.869 milioni di euro. In quest'ultimo settore svolge, da anni ormai, un ruolo di supplenza il Ministero dello Sviluppo Economico, che ha specifici capitoli di spesa per programmi industriali attinenti alla produzione per la difesa, i dati teorici sarebbero di 2.800 milioni per il 2019, in calo rispetto agli anni precedenti, che però non si risolvono in acquisti netti e produzione, ma sono distribuiti ad ampio raggio al settore industriale nazionale e destinati ai progetti di ricerca e sviluppo, anche in parternariato con gli alleati europei. Senza dimenticare che parte del bilancio è destinato alle "Funzioni esterne", nelle quali sono ricompresi i voli di stato, rifornimenti idrici alle isole e spese accessorie. Nel complesso la spesa per il settore militare si attesta tra l'1,4 e 1,5% del Pil, ben al di sotto della spesa sanitaria, che arriva al 6,6%. 


Il ruolo internazionale del paese dipende dalla sua capacità militare, la possibilità di intervenire con la proiezione diplomatica dei "boots on ground" e di cooperare all'estero con le forze in ambito NATO, nonché il prestigio nazionale e la capacità di difendere gli interessi strategici dell'Italia, sono tutti correlati alla spesa per la difesa. Le missioni all'estero, sono, infatti, una voce di spesa rilevante, sia pur, tutto sommato, secondaria sul bilancio della difesa: la missione in Afghanistan, dal 2001 al 2017, è costata oltre 7 miliardi, mentre le presenza italiana in Iraq, dal 2003 al 2019, è costata già 2 miliardi e 600 milioni di euro, nel 2018 la partecipazione alla coalizione internazionale anti-Isis è costata 250 milioni. Le ristrettezze di bilancio, in primo luogo, incidono sulla capacità di ammodernamento dei mezzi e, dunque, sull'efficienza operativa dei reparti e sulla sicurezza dei soldati. Per poter cooperare efficacemente nelle missioni internazionali le forze armate italiane hanno bisogno di aggiornare i propri armamenti ed acquisire nuove dotazioni, a partire dall'Aeronautica, che nell'ultimo decennio ha avviato la sostituzione degli AMX "Gibli" e degli F-16 con il caccia Eurofighter e con il discusso programma F-35. Altra priorità è l'ammodernamento della componente terrestre: lanciato nel 2002 il progetto "Soldato Futuro" prevede l'implementazione delle dotazioni individuali, a partire dalle tute mimetiche, e l'acquisto di nuove armi individuali, come il nuovo fucile d'assalto Beretta ARX 160, oltre a visori, sensori e tecnologie di comunicazione. Da questo progetto, già sottoposto ai tagli dei governi Monti e Renzi, tra il 2012 e il 2015, è germogliato nel 2019 il "Consorzio Sistema Soldato Sicuro", tra il gruppo Leonardo e la Beretta, per la produzione di dispositivi di protezione, sopravvivenza e precisione, la cui distribuzione alle truppe, con priorità ai reparti che fanno parte delle forze di proiezione in teatro operativo, è iniziata nei primi mesi del 2020 e dovrebbe avere, a pieno regime, un costo complessivo di 1 miliardo e 600 milioni di euro. A parte i mezzi blindati ruotati, che avranno una vita media ancora piuttosto lunga, l'Esercito sta aggiornando in questi mesi il carro armato "Ariete", corazzato di punta delle nostre forze armate. Il mezzo è già al secondo ammodernamento, che costerà circa 35 miliardi di euro tra il 2020 e il 2024, e dovrebbe prolungarne la vita operativa fino al 2030, ma dopo questa data il carro dovrà essere sostituito ed ancora non ci sono investimenti significativi in tal senso, né l'Italia ha aderito a consorzi internazionali per lo sviluppo di un nuovo mezzo. La Marina Militare, in dieci anni, è riuscita faticosamente a portare a termine il programma di acquisizione delle nuove fregate FREMM, per un costo totale di circa 6 miliardi di euro, costruite da Fincantieri interamente in Italia, negli stabilimenti liguri di Riva Trigoso.   


Carri Ariete

E' evidente che ipotetici tagli alla spesa militare significherebbero, in primo luogo, tagli agli stipendi ed ai posti di lavoro, significa operare una riduzione delle possibilità di "effetto moltiplicatore" sull'economia italiana dei redditi prodotti degli addetti diretti al comparto difesa e dall'indotto delle industrie nazionali che hanno le forze armate come principali acquirenti. Del resto, al netto delle convinzioni e delle velleità pacifiste, il posizionamento internazionale di un paese è dato anche dalla sua capacità militare e dalla sua preparazione a partecipare ad interventi armati, a supporto della pace, delle politiche umanitarie o della sicurezza internazionale, nell'ambito delle organizzazioni tra gli stati. In questi teatri operativi, laddove sono impiegati i soldati italiani, è necessario che l'intervento sia efficace e che il personale impiegato possa operare al massimo della sicurezza possibile, altrimenti siamo nell'ambito di una politica estera suicida ed improduttiva. L'Italia spende per la propria difesa militare una parte minimale delle proprie risorse, nettamente inferiore agli altri paesi alleati, sia dell'Unione Europa che dell'alleanza atlantica, in netto contrasto con le aspirazioni al ruolo di paese importante nel panorama mondiale. La quota di investimenti militari è insufficiente alle esigenze del paese e, soprattutto, ben lontana dalle narrazioni della retorica pauperista ed antimilitarista.      

SdC


Riferimenti e fonti 

L'esercito europeo, Agenzia Pubblica Informazione SME, 2000

M. Pianta, La spesa militare in Italia. Dinamica e composizione della spesa del Ministero della Difesa 1970-88, Min. Tesoro - Commissione tecnica per la Spesa Pubblica, 1988

A. Locatelli, L’evoluzione delle politiche di difesa in Europa nel post-Guerra fredda. Europeizzazione o trasformazione della difesa?, CEMISS, 2010

SIPRI Yearbook 2019 Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, 2019

Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, Ministero della Difesa, 2015

Economia a mano armata. Libro bianco sulle spese militari 2012, Sbilanciamoci!, 2012

Serie Bilancio Ministero della Difesa, anni vari

www.senato.it

www.difesa.it

www.analisidifesa.it

www.milex.org

  

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